Un perpetuo stato d’allarme
Clacson, sirene, urla impazzite
Una perenne paura del non essere
Che non è ancora…
Quante volte ho sentito il cuore scoppiarmi in gola dopo essere stata assalita da un urlo impazzito che squarcia il velo di quei silenzi che qui a Napoli sono sornioni come un riso trattenuto prima di scoppiare e lacerare l’aria di disordinati e confusi frammenti di voci scomposte, sovrapposte e concitate. Napoli non è solo una città di rumori artificiali, quelli tipici di una città frenetica e nervosa, come quelli lancinanti dei clacson negli ingorghi cittadini, o quelli delle sirene spiegate della polizia, guardia di finanza, autoambulanze. A questi rumori se ne aggiungono altri: quelli viscerali delle voci umane che si alzano ognuna con una sonorità diversa, come se dentro ogni voce si nascondesse il segreto della verità che vuole rivelarsi ma le urla e gli strilli decostruiscono le frasi, cambiano l’ordine delle parole e tutto diventa incomprensibile.
Una volta un turista in visita a Napoli mi disse: “Questa città sembra un luna park; camminare per Napoli è come fare un giro sulle montagne russe, ti senti ebbro, stordito, spintonato, può capitare che qualcuno nella calca, accidentalmente, alzando un braccio per gesticolare, ti dia un cazzotto e tu col fiato corto, ti fai largo a forza di spinte e di PERMESSO, fino a che sei fuori “
E il napoletano che rimane in questa foresta di campanelli stonati?
Chi passa troppo tempo al buio è accecato dalla luce quando la vede, probabilmente chi vive in un luogo dove il silenzio è permeabile ai rumori ci si abitua alle sue infiltrazioni continue: tra le pareti degli appartamenti, attraverso la cornetta del telefono, nei luoghi pubblici come i negozi, gli uffici postali, i mezzi di trasporto…Hai l’impressione, quando rivolgi la parola a qualcuno, che tutti siano sordi e che per farsi ascoltare bisogna gridare forte, altrimenti la tua voce non giunge, viene sepolta dalle altre che inconsapevolmente la ignorano.
Bisogna fare una distinzione tra urla, strilli e parlare forte, benché nascano dallo stesso temperamento.
Il parlare forte è il volume su cui sono regolate le conversazioni, invece le urla potrebbero paragonarsi metaforicamente ai botti di fine anno; hanno una funzione liberatrice del proprio EGO, ingabbiando così la libertà dell’interlocutore e dello sconosciuto accanto, costretto ad ascoltare quello che forse non vorrebbe.
Lo strillo, più che un’esibizione vocale, è un richiamo all’attenzione tipico di chi ha una voce debole o troppo acuta. E’ una manifestazione verbale drammatica, un modo per chiedere aiuto o comunicare il proprio esaurimento di forze.
Però…in una città dove tutti soffriamo di un abbassamento dell’udito, anche lo strillo doloroso ha una sua teatralità.
Una volta ho assistito a un litigio violento verbalmente in mezzo alla strada tra un uomo che urlava e una donna che strillava come un’ossessa. Intorno a loro si formò un capannello di gente. Dopo un bel po’ di tempo arrivò sul luogo una macchina in corsa che si arrestò con un brusco colpo di freni. Vi scese una signora piuttosto anziana, con aria vigorosa e decisa si avvicinò alla donna che strillava, le afferrò moderatamente un braccio mentre le faceva un cenno d’intesa con il capo. La donna smise di strillare, non proferì parola e si incamminò, verso la macchina che l’aspettava, come una star che esce di scena. Prima di salire a bordo non dimenticò di darsi una sistematina ai capelli e di rifarsi il trucco in fretta e furia.
Paulette Ievoli

un’ottima iniziativa sui mille volti di Napoli che mi auguro sia rafforzata nel futuro. Gli articoli sono molto interessanti