Può sembrare anacronistico, in un periodo in cui gli agguati di camorra sono all’ordine del giorno, riparlare di guappi. Scomparso nel secondo dopoguerra, dopo essere stato assorbito da quella stessa Organizzazione rispetto alla quale almeno inizialmente si era mantenuto indipendente, il guappo è una figura ormai datata, a cui le vecchie generazioni guardano con rimpianto ed i giovani con indifferenza. Eppure, sul finire dell’ottocento questo spavaldo malvivente, abituato a taglieggiare il suo stesso ceto sociale di provenienza, era l’indiscusso re del vicolo, amato dagli artisti, rispettato dalla gente comune e temuto dalla giustizia. Un personaggio ambivalente, idealizzato, attaccato, persino ridicolizzato, un’icona che non deve ridursi a stereotipo. Carnefice e, al tempo stesso, vittima della maschera di maschio violento ed arrogante con cui poteva soggiogare il popolino che in lui ha proiettato bisogni ed aspirazioni frustrate.
Tuttavia, uno sguardo scevro da pregiudizi su questa figura così rappresentativa della storia del costume di Napoli ci può far comprendere meglio l’evoluzione della realtà napoletana e della stessa malavita, organizzata e non.
E se il confronto con il moderno criminale è impari, essendo l’antico codice d’onore spazzato via dal degrado dei tempi attuali, è amaro constatare come il guappo sia diventato materia solo per gli storici o, peggio ancora, per i nostalgici. Al contrario, poiché si può speculare solo su ciò che fa vendere, è quasi inevitabile il morboso interesse per la camorra da parte dei media. La Napoli di cui ci vergogniamo è la stessa di cui ci nutriamo senza mai saziarci fino ad alimentare, chissà quanto inconsapevolmente, un business inesauribile.
Monica Florio

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