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La chiusura dello Stretto di Hormuz e l’impotenza di Trump

“Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale noi guadagniamo un sacco di soldi”, ha dichiarato recentemente Donald Trump sulla sua piattaforma Truth Social. L’affermazione contiene una briciola di verità. I prezzi più alti del petrolio generano effettivamente maggiori profitti per alcuni settori dell’economia americana. Ma l’inquadramento di Trump omette la realtà fondamentale: la grande maggioranza degli americani — e la maggior parte delle persone nel mondo — in realtà perde quando i prezzi del petrolio aumentano.

di Domenico Maceri | 19 Marzo 2026

“Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale noi guadagniamo un sacco di soldi”, ha dichiarato recentemente Donald Trump sulla sua piattaforma Truth Social. L’affermazione contiene una briciola di verità. I prezzi più alti del petrolio generano effettivamente maggiori profitti per alcuni settori dell’economia americana. Ma l’inquadramento di Trump omette la realtà fondamentale: la grande maggioranza degli americani — e la maggior parte delle persone nel mondo — in realtà perde quando i prezzi del petrolio aumentano.

I vincitori evidenti degli aumenti sono le grandi compagnie petrolifere. Quando il prezzo del greggio sale, i ricavi dei principali colossi energetici americani come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips possono registrare miliardi di dollari di profitti. Gli azionisti ne beneficiano e i posti di lavoro nel settore energetico possono diventare più sicuri o addirittura aumentare nel breve periodo.

Allo stesso tempo alcuni Paesi produttori di petrolio ottengono notevoli vantaggi finanziari. Nazioni come la Russia, l’Arabia Saudita, la Norvegia e il Canada, per citarne solo alcuni, incassano più entrate dalle loro esportazioni quando i prezzi globali del petrolio aumentano. Ma questi vincitori rappresentano solo una piccola parte della popolazione mondiale. Per la maggior parte delle persone, i prezzi più alti del petrolio significano costi più elevati — e questi costi si propagano in quasi ogni aspetto della vita moderna. L’impatto più immediato si sente al distributore di benzina. In un solo mese il costo della benzina è aumentato di un dollaro al gallone negli Usa, raggiungendo una media di 3 dollari e 50 centesimi. In California il prezzo già alto ha raggiunto più di cinque dollari al gallone e in alcuni distributori si sono visti prezzi fino a 8 dollari al gallone. Per ridimensionare questi costi alcuni candidati a governatore del Golden State hanno suggerito di ridurre le tasse sulla benzina che a 61 centesimi al gallone sono le più alte negli Usa. Qualche dollaro in più a pieno potrebbe non sembrare catastrofico, ma nell’arco di settimane e mesi si accumula, soprattutto per le famiglie lavoratrici già alle prese con l’aumento dei costi di abitazione, cibo e sanità.

I trasporti sono anche la spina dorsale dell’economia globale. Quando il prezzo del petrolio sale, aumentano i costi di spedizione per autotrasportatori, compagnie aeree, navi cargo e sistemi ferroviari. Queste aziende di solito scaricano tali costi sui consumatori. Di conseguenza, prezzi più alti del petrolio possono portare ad aumenti nei prezzi di generi alimentari, abbigliamento, elettronica e innumerevoli altri beni. In effetti, il petrolio caro si traduce in una tassa poco nascosta sull’intera economia.

Lo stesso Trump sembra essere consapevole di questo problema. Pur sottolineando i potenziali profitti derivanti da prezzi più alti del petrolio, ha allo stesso tempo sostenuto iniziative per mantenere aperte le rotte globali di approvvigionamento — in particolare il vitale corridoio marittimo noto come lo Stretto di Hormuz. Da questo stretto passa il 20 percento del petrolio mondiale. Di questi giorni lo stretto è letteralmente chiuso e pochissime navi battenti bandiere iraniane possono transitare trasportando petrolio diretto alla Cina. Il Golfo del Persico è divenuto un parcheggio con più di mille imbarcazioni, secondo informazioni della Reuters.

Trump ha sollecitato i Paesi alleati a inviare forze navali per scortare le navi nello Stretto di Hormuz. La richiesta rivela che la spavalderia del presidente Usa e del suo Segretario di Guerra Peter Hegseth di avere già vinto la guerra è falsa. Perché avrebbe Trump bisogno di aiuto? Il presidente ha minacciato gli alleati europei e la Nato di essere ingrati perché gli americani li hanno protetti per decenni. Ciononostante la risposta negativa rivela una buona dose di saggezza che non alimenta il fuoco già ardente. Trump è solito annunciare cose contraddittorie e nelle sue ultime dichiarazioni ha detto che ci sono discussioni in corso con gli iraniani per porre fine alla guerra. Queste sono state smentite dal ministro degli Affari Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista alla Cbs. Una soluzione facile ci sarebbe. L’ha suggerita il consiglio editoriale del Washington Post: cantare vittoria e farla finita. Trump potrebbe poi dedicarsi a un’altra “vittoria” nel suo cortile di casa risolvendo il problema di Cuba come ha già indicato di voler fare.

Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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