
“Perché l’idea dei corpi “evaporati” da bombe iperbariche non ha alcun fondamento tecnico”.
Premessa: ci ho messo un pò a trovare riscontri tecnici plausibili per smontare l’ ennesima patacca dei Propal che se ne inventano una al giorno a partire dal numero dei morti sino alle bombe iperbariche che farebbero scomparire i corpi pur di dimostrare che Israele starebbe compiendo un genocidio.
Iniziamo:
L’espressione “persone evaporate” in seguito a bombardamenti non ha alcun significato scientifico. È un artificio linguistico che confonde l’assenza di resti identificabili con un processo fisico che, nei fatti, non può avvenire con armi convenzionali, incluse quelle impropriamente definite iperbariche o termobariche.
Un’esplosione militare è un evento estremamente rapido, dell’ordine dei millisecondi. L’energia rilasciata si distribuisce principalmente in onda d’urto, frammentazione, spostamento di masse, collasso strutturale e incendi secondari. Il calore prodotto, per quanto elevato nei picchi iniziali, non è continuo né uniforme. Questo dato è cruciale.
Il corpo umano è composto in larga parte da acqua. Per vaporizzare completamente l’acqua contenuta in un corpo servirebbe una quantità enorme di energia trasferita in modo omogeneo e per un tempo sufficiente. Un’esplosione non soddisfa nessuna di queste condizioni. Il calore si dissipa immediatamente nell’ambiente e non resta confinato sul bersaglio abbastanza a lungo da consentire una vaporizzazione totale della materia biologica.
Le cosiddette armi termobariche non “bruciano” i corpi fino a farli sparire. Il loro effetto principale è l’amplificazione dell’onda di pressione su un volume più ampio rispetto a un esplosivo convenzionale, sfruttando l’ossigeno atmosferico. Producono danni gravissimi a strutture e persone, ma non alterano le leggi della fisica. Non creano vuoto reale, non aspirano i corpi, non trasformano la materia solida in gas.
L’assenza di resti integri dopo un bombardamento urbano ha spiegazioni ben note e documentate: frammentazione estrema dei corpi, carbonizzazione parziale, schiacciamento sotto crolli di edifici, incendi prolungati, dispersione dei resti nelle macerie e contaminazione con polveri, cemento e metalli. In questi contesti il recupero e l’identificazione diventano spesso impossibili, senza che ciò implichi alcuna “evaporazione”.
Resta da spiegare perché Israele spesso non risponda nel merito a una formula del genere, pur essendo tecnicamente sbagliata. Il primo motivo è che l’accusa è costruita per essere comunicativamente non falsificabile nel breve. Se la tesi è “non ci sono corpi”, una smentita immediata può essere ribaltata con “appunto, sono evaporati”. Per confutare seriamente servirebbero dati forensi completi, catene di custodia, geolocalizzazione, cronologia degli strike, analisi dei residui e delle macerie, elementi che in guerra raramente sono disponibili in modo integrale o pubblicabile.
Il secondo motivo è operativo. Una replica tecnica dettagliata tende a trascinare la comunicazione su un terreno che implica, direttamente o indirettamente, informazioni su munizionamento, profili d’impiego, valutazioni post strike e procedure. Anche una negazione “precisa” può diventare informazione utile, e gli apparati militari evitano di regalare dettagli quando non c’è un vantaggio concreto.
Il terzo motivo è comunicativo. Smentire punto per punto una frase virale spesso la amplifica e la legittima, trasformandola in un tema “da dibattito” invece che in un’esagerazione. Per questo molte strutture di comunicazione scelgono risposte generiche, ripetitive e poco tecniche, pur di non alimentare la narrativa con un confronto frontale.
Il quarto motivo è legale e diplomatico. Quando un’accusa richiama implicitamente armi proibite o condotte contrarie al diritto bellico, ogni dichiarazione specifica può essere riletta, estrapolata e usata in contesti di inchieste, contenziosi o pressioni internazionali. In questi casi la linea più frequente è ridurre al minimo le affermazioni verificabili, riservando eventuali dettagli a canali non pubblici.
In sintesi, parlare di persone “evaporate” non descrive un fenomeno fisico reale. È una semplificazione sensazionalistica che sostituisce l’analisi tecnica con un’immagine emotiva. La distruzione può essere totale e disumana, ma resta il risultato di meccanica, pressione, calore e collasso strutturale, non di una cancellazione della materia. E il silenzio o la genericità della risposta istituzionale, quando c’è, non è una prova a favore della tesi, ma il prodotto di vincoli operativi, comunicativi e legali tipici di un conflitto armato.
Piero Terracina

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