Febbraio 1926: un´edizione straordinaria del periodico letterario Il Baretti, con articoli di Einaudi, Ruffini, Prezzolini, Fortunato, ricorda Piero Gobetti suo fondatore e direttore, morto a Parigi, per una grave bronchite, nella notte tra il 15 e il 16 del mese.
Aveva venticinque anni Piero Gobetti, nato a Torino. E già a diciassette, studente al liceo Vincenzo Gioberti (proveniente dal ginnasio Cesare Balbo) aveva fondato Energie Nuove, il quindicinale che, tra il giugno e l´ottobre del 1919, pubblicherà due straordinari numeri unici: il primo sul socialismo, con scritti di Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Guido De Ruggiero, Balbino Giuliano, Rodolfo Mondolfo, Achille Loria; il secondo sulla scuola, con articoli di Manara Valgimigli, Ernesto Codignola, Giovanni Gentile ed altri. Grandi nomi di uomini di cultura i quali, ancorché più anziani, guardano con stima e fiducia al giovane Gobetti che, a Torino, frequenta all´Università le lezioni di Luigi Einaudi, studia il francese e il russo, traduce opere da quelle lingue, collabora come critico teatrale all´Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, stringe rapporti di collaborazione ed amicizia con Felice Casorati e Manlio Brosio.
Al gennaio 1922 risale il programma del nuovo settimanale La Rivoluzione Liberale che, uscito a febbraio, nel maggio dedica un numero ad una severa critica del fascismo.
Nel 1923 il giovane liberale, che ha da poco sposato Ada Prospero, viene due volte fermato dalla polizia con l´accusa di “complotto contro lo Stato”; ma questo non gli impedisce di dar vita alla casa editrice Gobetti, i cui libri recheranno inciso in copertina il motto greco “che ho a che fare io con gli schiavi?” e che pubblicherà, tra l´altro, la prima edizione di “Ossi di seppia” di Eugenio Montale.
Nel 1924, dopo i decreti del regime sulla stampa, La rivoluzione liberale, che ha dedicato un numero “alla vita e alle opere di Giacomo Matteotti”, subisce una serie di sequestri (che si moltiplicheranno fino al 1925), mentre il giovane direttore, segnalato da Mussolini stesso al prefetto come “insulso oppositore governo e fascismo”, viene aggredito in città da un gruppo di squadristi.
Tutto ciò non impedisce a Gobetti di fondare, nella sua Torino, alla fine dell´anno, Il Baretti, per il quale ottiene ancora una volta collaborazioni prestigiose: scrivono Benedetto Croce, Emilio Cecchi, Leone Ginzburg, Eugenio Montale, Umberto Saba, Natalino Sapegno. Gobetti conferma così le sue capacità di tessitore di rapporti tra i migliori intellettuali dell´epoca, di animatore di cultura e di promotore di una critica liberale.
Nel novembre del 1925 La rivoluzione liberale è costretta, da un´ingiunzione della questura, a cessare le pubblicazioni. Poco dopo, lasciando a Torino la moglie Ada con il figlio Paolo appena nato, Gobetti va in esilio a Parigi, dove muore.
E´ sepolto al cimitero del Père Lachaise.
Postume verranno pubblicate alcune sue opere: “Risorgimento senza eroi”; “Paradosso dello spirito russo”; e saggi teatrali, artistici, religiosi raccolti nella “Opera critica”.
Giornalista, critico, letterato, politico, antifascista – antifascista negli anni del fascismo – restano esemplari di Piero Gobetti il coraggio civile, la lealtà intellettuale, l´intransigenza sui principi.
Il circolo che a Firenze è a lui intestato, nella ricorrenza dell´ottantesimo, sceglie di proporre all´attenzione dei lettori un documento di straordinaria intensità: le parole scritte per lui dalla moglie Ada nei giorni della partenza per l´esilio.
Oggi ti ha colto un’ombra di mestizia: è cosa tanto triste abbandonare la patria. Per molto tempo udire e parlare una lingua straniera, non più vedere gli amici coi quali, per una lunga comunanza di lavoro e di idee, ci si sente cosi bene, affrontare una nuova mentalità, un nuovo mondo senza dubbio molto diverso dal nostro.
Certo – senza nessuna retorica – tu senti molto profondamente l’amore per la tua patria. Sei intimamente, indissolubilmente radicato alla tua terra. Ho visto quest’estate a Londra con quanto
amore ti sei chinato sull’umile vita della Little Italy. Là, nel quartiere povero e sudicio, carico di miseria, di bestemmie e di canzoni hai sentito la voce della patria e ritornando negli «ipocriti» quartieri tutti lucidi e lindi, con la generosità della razza hai giudicata egoista la grande città che gli umili, i miseri ha confinato alla periferia, come nuovissimo ghetto.
Ho sentito anch’io la ribellione per questo destino di miseria del nostro popolo, eternamente umile e oppresso, incapace di una superiore dignità. Ho versato lagrime di commozione nella piccola chiesa, cosi simile a una povera chiesa di villaggio – dinanzi all’umile vecchio col volto segnato dalle fatiche e dalle pene che pareva chiedesse alla Vergine rosa e azzurra un conforto ai suoi mali – e mi è parso di intendere tutto l’infinito enorme dolore secolare del popolo nostro, ancora e sempre povera e oppressa plebe.
Eppure io non sento la patria: sono nata da razze diverse di zingari e di esuli ed ho nel sangue la passione dei nomadi e mia patria è il vasto mondo. Ma in quel momento mi sono sentita tutta e solamente italiana. Cosi grande è dunque la magia della terra in cui si è nati, della lingua che prima abbiamo imparata?
Ma tu non hai nessuna ansia di vagabondaggio: tutto il tuo spirito è la negazione dello spirito nomade e errante. Gli altri popoli, gli altri paesi ti interessano, ma come pura esperienza culturale, per poi ritornare alla tua terra con immutata fedeltà, con gioia di ritrovamento e di tenerezza.
Il tuo cuore è qui e staccartene è come strapparti da qualcosa di vitale.
Oh, ma noi non andremo lontano per dimenticare o diffamare il nostro paese: come è santo e giusto il tuo sdegno per coloro che possono anche solo pensare di farlo! Qui possiamo criticare acerbamente, usare la frusta, giudicare, imprecare anche e qualche volta sentirci isolati e solitari. Ma laggiù non dimenticheremo questa patria che pure non ci ha dato altra libertà che quella dell’esilio volontario, non rinnegheremo i fratelli nostri che pure ci hanno fatto del male.
Se qui ci sentiamo europei, a Parigi ci sentiremo sopratutto italiani. E sarà questa la nostra dignità. Ciò che noi faremo o diremo non sarà pedissequa imitazione di cose o parole francesi, ma avrà alta la sua impronta di italianità. Poiché qui più nulla possiamo fare, lavoreremo là per fare la nostra patria rispettata e stimata dagli altri popoli.
La passione politica non farà mai velo alla nostra coscienza. Perché a noi poco importa di riuscire, di realizzare: ma assai più di essere sempre e dappertutto noi stessi.
Forse dopo un poco la nostra posizione di intransigenza ci renderà isolati e avversati anche là. Ma non per questo accetteremo dei compromessi. È forse troppo orgoglio pensare che la via giusta è sempre quella più combattuta e difficile?
Nostro figlio sarà italiano: imparerà la lingua, le favole, le canzoni della patria lontana. Imparerà ad essere orgoglioso delle sue tradizioni di gloria, imparerà a non rinnegare – di fronte agli stranieri – anche quelli che la sua coscienza di uomo libero e moderno sentirà come nemici. E quando saprà giudicare vedrà quanto poco la nostra sia stata una fuga e intenderà che se combattere qui fosse stato utile e possibile, qui saremmo rimasti e non saremmo andati lontano. Non paura ci spinge, né dilettantesco e romantico desiderio d’avventura: ma la cosciente necessità del nostro lavoro. Noi partiamo con l’intima certezza non di una sconfitta, ma di una vittoria.
(cfr Piero e Ada Gobetti, “Nella tua breve esistenza”, a cura di Ersilia Alessandrone Perona; Torino, Einaudi, 1991, pagg. 686-688)
Il circolo Piero Gobetti, costituitosi a Firenze nel 1980, ha sede in via Marchetti 2/i: presidente è il notaro Marcello Calamari, segretario l´imprenditore Gianrodolfo Del Monte.


dire che sono commosso è pura descrizione di uno stato di fatto, ma questo poco importa; importa, invece, riflettere – oggi – sul significato di essere “stranieri in patria”, non già “italiani all’estero”. Se anche soltanto fosse condivisa socialmente almeno quella “dignità dell’offeso” espresso da Ada Gobetti, i 60 anni della Repubblica non sarebbero passati invano. Purtroppo vedo poca dignità, e pochissima indignazione – a meno che non si scambino e l’una e l’altra con le “baruffe chiozzotte” che vengono messe in scena quotidianamente anche da coloro che dovrebbero rappresentare quei cittadini – e sono tanti, molti di più di quanto si possa immaginare – che si sentono offesi dall’impudente arroganza di chi, poco o anche pochissimo potere detenga, si sente in “diritto” di esercitare nei confronti di chi vorrebbe solo rispettata e promossa la propria dignità di lavoratore.