Abbiamo udito spesso, negli ultimi tempi, giungere da più parti un’invocazione al ritorno della “bella politica”, espressione tanto affascinante quanto vaga e dunque molto cara ai professionisti del pippone moralista che e’ sempre utile a riempire qualche pagina domenicale, regalando ai lettori la consolante illusione che qualcuno ancora vegli autorevolmente sulle loro vite altrimenti lasciate in balia della sorte da una politica in piena sindrome dissociativa. Di fatto, pero’, basta leggere per rendersi conto che questa idea di bella politica e’ solo la riedizione pseudointellettuale della solita vecchia coperta troppo corta che ognuno tenta di aggiustare secondo le proprie – naturalmente piccole – necessita’ od ambizioni che fanno sempre riferimento ad una ristretta area ideologica e dunque sono del tutto prive dell’ampio respiro progettuale e della visione oggettiva delle cose che l’elaborazione di un tale concetto richiederebbe. Perché lo strabismo intellettuale che da sempre condiziona e limita le sorti di ogni costruzione del pensiero tentata nel nostro paese, produce come unico risultato una lettura del reale parziale, ma peggio ancora strumentale, che invece di contribuire alla soluzione di problemi oggettivi ottiene solo il pessimo risultato di alimentare il fuoco della polemica ideologica e di aggravare i toni della perenne rissa in corso fra opposte fazioni. Ma ci sorge anche il sospetto che tanto spreco di belle parole sia un tentativo di distrazione operato consapevolmente ai danni della lettura e dell’analisi della realtà che ogni giorno assume aspetti sempre più inquietanti, tanto da indurci realmente a credere che questo paese non abbia più una sola speranza di redenzione e debba solo essere lasciato andare alla deriva fino ad incagliarsi definitivamente nelle secche dell’oblio, laddove – forse con straordinaria lungimiranza – l’aveva a suo tempo collocato il Metternich, definendo l’Italia una mera espressione geografica. Perché piuttosto che vagheggiare di bella politica, dovremmo invece guardare in faccia con impietosa schiettezza a quanto ci sta di fronte, al risultato devastante di quasi vent’anni di un bipolarismo tarocco e bastardo che ha intossicato definitivamente l’anima di questo paese, paralizzandola in uno stallo solo apparentemente mosso da scontri tribali sempre più violenti e del tutto sterili, dove la schizofrenica sovrapposizione di prese di posizione individuali si ricompone quotidianamente in compromessi sempre più precari ma soprattutto astratti, determinati da logiche di potere del tutto avulse dalla realtà.
Bisognerebbe pur chiedersi, e da gran tempo qui abbiamo cercato di farlo, quale sia il disegno della Lega, e su quali basi poggi questo progetto che pare muoversi per vie contorte e non sempre di facile lettura, ma di certo improntate ad una visione talmente ristretta da risultare preoccupante. Bisognerebbe chiedersi, ad esempio, come si concilia una politica estera costretta a fare i conti con tutti i problemi annessi alla globalizzazione, con la concezione leghista strettamente territoriale, antieuropeista, ancorata al protezionismo e, almeno fin qui, apparentemente più ispirata a criteri medievali che non contemporanei, una sorta di riedizione del feudalesimo in salsa padana che non sappiamo come potrebbe governare una nazione e guidarla nel gioco delicatissimo delle alleanze strategiche. Bisognerebbe parallelamente anche chiedersi per quanto tempo ancora la fallimentare opposizione di sinistra potrà continuare ad appoggiarsi alla guida di Napolitano che a tutt’oggi pare essere l’unico vero leader in grado quantomeno di mettere qualche punto fermo, mentre Bersani annaspa nella sua manifesta incapacità, Veltroni mette le basi per un rientro del tutto inutile e Vendola racconta favole su un paese che esiste solo nella sua testa. Bisognerebbe chiedersi, invece di fingere di scandalizzarsi, come mai Berlusconi usa in campagna elettorale gli stessi toni, gli stessi argomenti, gli stessi quattro logori concettini populisti di sempre, sapendo di giocare sul sicuro perché di fronte non ha nessuno e la demonizzazione di cui e’ stato fatto oggetto per diciassette anni ha ottenuto solo il prevedibile risultato di averlo reso più forte, persino intoccabile, agli occhi dei suoi sostenitori, una sorta di Highlander che pare destinato a durare in eterno senza conoscere sconfitta.
Bisognerebbe infine ragionare, apertamente, onestamente, costruttivamente, su come siamo potuti arrivare fin qui, a questo punto di apparente non ritorno, piuttosto che baloccarsi ancora con spocchia da intellettualini puntuti con esercizi di stile e di retorica di cui non sentiamo alcuna necessita’. Un giorno, forse, potremo anche tornare ad interrogarci positivamente sulla bella politica, ed a sfidarci intellettualmente per riempire questa vuota espressione di concetti significativi, ma adesso e’ con la brutta politica che dobbiamo fare i conti, guardandola in faccia senza più paraocchi ed affrontandola di petto per fermarla prima che ci trascini definitivamente a fondo. Non e’ tempo di parole, questo, ma di fatti, e Dio salvi questo paese dagli intellettuali – un lusso che non ci possiamo più permettere di coltivare, visti i bei risultati prodotti da questi maestri del pensiero di ogni colore, buoni solo a fare gli interessi della propria parte ed a vivere di una comodissima rendita di posizione. Torniamo a sporcarci le mani con la battaglia politica, quella vera, perché nessuno tranne noi combatterà mai per restituirci la pienezza del nostro ruolo di cittadini che e’ stato svuotato di ogni significato e per ripristinare una democrazia sostanziale che e’ ciò di cui davvero abbiamo bisogno. La bella politica riparta da noi, e sia una conquista morale prima ancora che intellettuale, solo così potrà davvero diventare uno strumento di buon governo ed una garanzia di stabilita’ civile e sociale per tutti noi.
ChiBo

E’ purtroppo vero che il bipolarismo all’italiana ha assunto la forma di un eterno derby fra opposte tifoserie, ma se proprio volessimo cimentarci sul tema della “bella politica” – ammesso che tale concetto sia di fatto formulabile – dovremmo partire dalla evidente considerazione che giocare per la vittoria di una parte sull’altra non può essere l’obbiettivo primario. Perché fin qui, in questo perenne scontro tribale, abbiamo perso tutti, ma soprattutto ha perso il nostro paese, dilaniato e lasciato alla deriva.
…idem come sopra…
Quando si va allo stadio ,tutto il nostro armamentario psicologico e comportamentale è teso ad ottenere la vittoria ; l’auspicio di poter assistere ad esempi di bel gioco appare orientamento assolutamente secondario. Questo solo può appagare pienamente ,la vittoria su gli antagonisti. La gara ,il confronto con sè stessi e con l’altro per raggiungere un traguardo,confronto inteso nella logica di De Coubertin ,restano realtà estranee alla mentalità comune , negli sport ( quelli di squadra almeno ),come nella vita politica . Ove il “panem et circenses ” regna sovrano , come dimostra anche la nostra ” comunicatriuce di massa ” ,la televisione , con reti disputate tra i partiti ,ed infarcita di talk show alla Santoro , e di spettacoli emozionanti alla “grande fratello”. Lo spettacolo al posto del ragionamento diventa il sistema migliore per garantire gli interessi di parte ed il mantenimento delle rendite di posizione. E ricordiamoci di santificare…il primo maggio !