Il vero indice che dovrebbe ispirare un po’ di fiducia autentica è improbabile quanto indicativo: gli spagnoli trovano il tempo di prendersela con il re, in forma perfino appassionata, come se riesplorassero le radici di rancori antichi.

Da qualche tempo ci sono di nuovo più spagnoli che percorrono itinerari da “Dagli Appennini alle Ande” e si dirigono verso l’Argentina, il Cile, perfino il Messico. Si potrebbe chiamare ritorno alla normalità, se non fosse che l’interruzione di questo processo aveva giustamente sollevato entusiasmi e prognosi rosee. Gli indizi positivi sono piuttosto di ordine psicologico, in primo luogo l’allontanarsi di una crisi di governo (non si parla più di elezioni anticipate, alle urne ci si andrà quest’altr’anno, come era previsto). Si sono svelenite, forse di conseguenza, anche le polemiche tra partiti in vista di un showdown a breve termine. L’opposizione socialista ha abbassato i toni, il governo conservatore si muove con qualche franchezza in più.
Il vero indice che dovrebbe ispirare un po’ di fiducia autentica è improbabile quanto indicativo: gli spagnoli trovano il tempo di prendersela con il re, in forma perfino appassionata, come se riesplorassero le radici di rancori antichi. Il motivo è invece più modesto: una serie di gaffe culminata in un incidente di due anni fa che ha “acciaccato” il sovrano durante un safari in Botswana, una partita di caccia all’elefante, senza regina ma con qualche altra presenza femminile. In un Paese sostanzialmente monarchico, che rivorrebbe la Repubblica. Non ci sono referendum in vista, ma il malumore si esprime in forme anche drastiche: per esempio quando una salva di fischi accoglie la regina alla sua apparizione al Teatro Real, da parte di un pubblico di amatori di musica classica. Se la prendono con lei come simbolo, non come persona. Come simbolo e come famiglia fra le voci di scandali che si moltiplicano e coinvolgono, per esempio, la principessa Cristina, figlia delle Loro Maestà. Quanto a Juan Carlos, per la prima volta il suo sostegno, non plebiscitario ma indicativo: ancora un anno fa era il 45 per cento degli spagnoli a desiderare una sua abdicazione, oggi è più del 60. Qualcuno azzarda un paragone: Juan Carlos sarebbe diventato, a Madrid e dintorni, ancora meno popolare di Angela Merkel. Di referendum istituzionali naturalmente non si parla, ma una tale distrazione sembra indicare un calo della febbre politica anche e soprattutto nei suoi riflessi nelle imminenti elezioni per il Parlamento europeo. Il partito di governo, di centrodestra, continua a perdere terreno nei sondaggi, però la sua caduta non più verticale. L’opposizione “ufficiale”, quella socialista, non è in grado di approfittarne. Entrambe le forze politiche tradizionali del dopo Franco, quelle che si sono spartiti finora equamente gli anni di potere, sono entrambe in declino. Crescono, di conseguenza, le intenzioni di voto per i partiti della Protesta, dalla Unione per Progresso e la Democrazia, fondata da una socialista dissidente, Rosa Diez, che però ha formato un partito centrista. È vero che contemporaneamente sono dati in aumento anche i comunisti, ma gli indizi di moderazione si rafforzano quando si assiste al declino di una spinta ben più pericolosa, quella secessionista. Baschi, catalani e navarrini contano di guadagnare suffragi ma hanno ammorbidito il loro linguaggio, come se si fossero adattati a un segnale di rallentare. L’ultima notizia è l’espulsione del re: ma non dalla Spagna bensì da un club ecologista e animalista. Per solidarietà verso dei poveri elefanti.

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