
Domenica prossima, al tramonto, inizia Yom Kippur, una delle ricorrenze più solenni del calendario ebraico. È il giorno dell’espiazione, del digiuno e della riflessione, quello nel quale ogni ebreo è chiamato a fare i conti con se stesso, con ciò che ha fatto, con ciò che avrebbe potuto fare meglio e con quello che ancora può correggere. Un esercizio antico che impone di guardarsi dentro senza alibi.
Io ne approfitto per assumermi un onere diverso, molto più terreno: provare a dire in nome del mio popolo ciò che molti ebrei sentono ma spesso non riescono, non possono o semplicemente non vogliono esprimere apertamente. Perché certe parole, certi slogan e certe manipolazioni non passano senza lasciare traccia. Si accumulano, si sedimentano e alla fine avvelenano il cuore, soprattutto quando non riguardano una discussione astratta di geopolitica, ma identità, memoria, appartenenza e continuità.
Perché se nasci ebreo Israele non è semplicemente uno Stato disegnato su una carta geografica. Il tuo sangue porta una storia che viene da lì, da quella terra, da Gerusalemme, da Sion. Puoi nascere a Roma, Parigi, New York, Buenos Aires o Varsavia, essere religioso, laico o ateo, ma appartieni a una storia che quella terra ce l’ha dentro da millenni. Prima di Herzl, prima del sionismo moderno, prima del 1948, prima delle Nazioni Unite e prima che qualcuno decidesse di trasformare l’esistenza stessa di Israele in una questione ideologica da sottoporre continuamente a processo.
È da qui che bisogna partire per capire l’antisemitismo contemporaneo. Non è un residuo della storia, non è esclusivamente europeo e non appartiene a una sola religione o parte politica. È un fenomeno capace di adattarsi al linguaggio del proprio tempo. Gli ebrei sono stati accusati di essere troppo separati e troppo integrati, troppo poveri e troppo ricchi, capitalisti e rivoluzionari, apolidi e nazionalisti. Tutto e il contrario di tutto, perché nell’antisemitismo si sceglie prima il bersaglio e si costruisce dopo la colpa. È questa elasticità ad avergli consentito di attraversare monarchie, rivoluzioni, fascismi, comunismi e democrazie senza sparire.
Confinarlo ideologicamente alla destra significa quindi conoscere soltanto una parte della storia. Il nazismo ne rappresentò la forma più criminale e sistematica, ma l’antisemitismo attraversò anche il mondo comunista. Nell’Unione Sovietica del dopoguerra la distruzione delle istituzioni culturali ebraiche, la campagna contro il cosiddetto cosmopolitismo e il complotto dei medici colpirono direttamente gli ebrei. Negli ultimi anni di Stalin prima “cosmopolita” e poi “sionista” diventarono parole utili per esprimere in termini apparentemente politici un sospetto molto più antico. Il vocabolario cambiava, il bersaglio molto meno.
Per questo è singolare che una parte della sinistra occidentale continui a comportarsi come se dichiararsi antirazzisti fosse sufficiente per essere automaticamente immuni dall’antisemitismo. Non funziona così. Non basta proclamarsi progressisti e soprattutto non basta sostituire una parola per cambiare la natura di ciò che si sta dicendo. Quando “sionista” smette di indicare una posizione politica e diventa semplicemente il nome con cui identificare l’ebreo che considera legittima l’esistenza di Israele, il vecchio bersaglio ricompare dietro un lessico nuovo.
La questione diventa ancora più chiara quando ciò che viene contestato non è più quello che Israele fa, ma il fatto stesso che esista. A quel punto il discorso non riguarda più un governo, una guerra o una decisione politica, ma il diritto degli ebrei ad avere una propria sovranità nazionale. È qui che antisionismo e antisemitismo finiscono per sovrapporsi: quando agli ebrei viene negato ciò che normalmente viene riconosciuto agli altri popoli.
Tutta la costruzione dell’antisionismo più radicale ha poi bisogno di un passaggio essenziale: separare artificialmente gli ebrei da Israele. Peccato che sia una separazione storicamente insostenibile. Lo Stato moderno nasce nel 1948 e il sionismo politico organizzato alla fine dell’Ottocento, ma il rapporto fra il popolo ebraico, Sion, Gerusalemme e la Terra d’Israele viene da molto prima. L’ebraismo non è soltanto una confessione religiosa. È religione, popolo, storia, cultura, memoria e continuità.
La Terra d’Israele non è un accessorio geografico aggiunto successivamente alla religione ebraica. È uno degli elementi attraverso i quali si struttura il rapporto fra Dio, il popolo ebraico e la storia. Abramo, l’Alleanza, l’Esodo, Gerusalemme, il Tempio, i profeti, l’esilio e il ritorno non sono note a margine: sono dentro l’ebraismo. Gli ebrei sono sopravvissuti quasi duemila anni senza una sovranità politica, ma non sono mai vissuti senza Israele nella propria memoria, nella liturgia, nelle festività e nell’idea del ritorno. La diaspora ha separato fisicamente gli ebrei dalla terra, non ha mai separato quella terra dagli ebrei.
E c’è una frase che da sola dovrebbe chiudere molte discussioni. Alla fine del Seder di Pesach gli ebrei pronunciano da secoli “L’anno prossimo a Gerusalemme”, L’shanah haba’ah b’Yerushalayim. Non è una formula nata con Herzl, con il sionismo politico o con lo Stato moderno di Israele. Generazioni di ebrei l’hanno pronunciata in Europa, nel Nord Africa, in Medio Oriente e nelle Americhe, durante espulsioni, persecuzioni, ghetti e diaspora. Non avevano uno Stato e spesso non potevano neppure immaginare concretamente di tornarci, ma Gerusalemme rimaneva lì, alla fine del racconto dell’Esodo. “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Non a Londra, non a Parigi, non a Berlino. A Gerusalemme.
È difficile trovare una risposta più semplice a chi continua a raccontare che il rapporto fra gli ebrei e quella terra sarebbe un’invenzione politica ottocentesca. Il sionismo moderno non ha creato quel rapporto, lo ha trasformato in un progetto nazionale. Per descrivere Israele come un corpo estraneo alla storia ebraica bisogna quindi cancellare qualche millennio di storia prima ancora di cominciare a discutere. Ed è proprio questa amputazione che consente il passaggio successivo: separare l’ebreo dal sionista, il sionista da Israele e Israele dall’ebraismo, fino a far apparire lo Stato ebraico come un incidente storico eliminabile senza che la sua cancellazione abbia nulla a che vedere con gli ebrei.
La Carta di Hamas del 1988 rende questo meccanismo ancora più evidente. Hamas non descriveva la Palestina soltanto come una patria nazionale palestinese occupata. Nell’articolo 11 la definiva un waqf islamico (cioè nel diritto islamico, un bene o patrimonio reso inalienabile e destinato in modo permanente a uno scopo religioso, caritativo o comunitario), affidato alle generazioni musulmane fino al Giorno del Giudizio, sostenendo che nessuno avesse il diritto di rinunciarvi, interamente o in parte. Non è soltanto una disputa territoriale, ma una concezione religiosa della terra. Il documento del 2017 ha ripulito molto il linguaggio della Carta originaria, spostando formalmente il conflitto dagli ebrei al “progetto sionista”, ma continua a rivendicare la liberazione della Palestina “dal fiume al mare” senza riconoscere la legittimità di Israele.
Il meccanismo è abbastanza chiaro. Prima si separa l’ebreo dal sionista, poi il sionista da Israele e infine Israele dalla storia ebraica. Alla fine rimane uno Stato presentato come privo di qualsiasi legittimità storica, religiosa o nazionale e quindi cancellabile senza che la sua scomparsa venga considerata un problema riguardante gli ebrei. Una costruzione perfetta: si può dichiarare di non avere nulla contro gli ebrei mentre si chiede contemporaneamente la scomparsa dell’unico Stato ebraico esistente.
Dentro questa contraddizione una parte del movimentismo occidentale ha adottato slogan dei quali spesso sembra ignorare persino il significato geografico. “From the river to the sea, Palestine will be free” è il più evidente. Il fiume è il Giordano, il mare è il Mediterraneo e fra i due ci sono Israele, Cisgiordania e Gaza. Se la Palestina deve estendersi dal Giordano al Mediterraneo e Israele deve scomparire, non servono raffinate interpretazioni: significa cancellare lo Stato ebraico.
Fra quel fiume e quel mare vivono milioni di ebrei. Se si vuole eliminare lo Stato che garantisce loro sovranità, difesa e continuità nazionale, bisogna almeno avere il coraggio di spiegare cosa dovrebbe venire dopo e quale futuro si immagina per loro. Non è un dettaglio che si possa nascondere dietro una frase da corteo. “Dal fiume al mare” diventa così la sintesi di una trasformazione molto precisa: il bersaglio non è più Netanyahu, Gaza, una guerra o una scelta politica, ma l’esistenza stessa di Israele come Stato ebraico.
Ed è qui che emerge la contraddizione di una parte della sinistra occidentale. Si parla continuamente di autodeterminazione dei popoli, delle minoranze e delle identità, salvo poi considerare illegittima proprio l’autodeterminazione ebraica. La Palestina viene riconosciuta come patria storica di un popolo, mentre il rapporto degli ebrei con la stessa terra viene ridotto a una costruzione politica ottocentesca. Al palestinese viene riconosciuta una memoria collettiva, all’ebreo viene chiesto continuamente di dimostrare la propria.
Nemmeno l’uso politico della parola “sionismo” nasce oggi. Nel 1975, nel pieno della Guerra fredda e degli equilibri internazionali di allora, l’Assemblea generale dell’ONU arrivò a dichiarare il sionismo “una forma di razzismo e discriminazione razziale”. Sedici anni dopo quella stessa Assemblea cancellò quella definizione. La vicenda parla da sola: persino una parola che indicava il movimento nazionale ebraico poté essere caricata, dentro una determinata stagione politica, di un significato completamente diverso e trasformata in una categoria da condannare. Non è un episodio laterale della storia, ma un buon esempio di quanto rapidamente il linguaggio politico possa essere piegato fino a cambiare il significato delle cose.
Ed è questo il punto. L’antisemitismo oggi non ha bisogno delle caricature degli anni Trenta, delle teorie razziali o delle vecchie parole che Auschwitz ha reso moralmente impresentabili. Può cambiare vocabolario, utilizzare categorie contemporanee e perfino presentarsi con il linguaggio dell’antirazzismo. Quando però gli ebrei vengono considerati collettivamente responsabili delle decisioni di Israele, quando una sinagoga europea diventa il bersaglio di una protesta contro un governo mediorientale, quando “sionista” viene usato come insulto rivolto indistintamente agli ebrei o quando proprio al popolo ebraico viene contestato il diritto a una sovranità nazionale, cambiare il nome delle cose non ne cambia la sostanza.
Per secoli agli ebrei è stato rimproverato di non possedere una patria e quindi di non appartenere davvero alle nazioni nelle quali vivevano. Erano apolidi, cosmopoliti, stranieri permanenti, sempre sospetti di non avere una vera appartenenza nazionale. In sostanza, lo stesso destino degli orfani destinati ai brefotrofi: potevano essere accolti, tollerati, perfino integrati, ma senza che venisse loro riconosciuta fino in fondo una casa propria. Oggi vengono accusati dell’esatto contrario: avere finalmente una patria e volerla conservare. Prima erano sospetti perché senza Stato, oggi perché ne hanno uno. Prima perché non appartenevano a nessuna terra, oggi perché rivendicano un legame con una terra. La contraddizione è solo apparente, perché l’antisemitismo ha sempre avuto questa capacità: cambiare l’accusa senza cambiare il bersaglio.
Auschwitz non ha cancellato questo meccanismo, ha reso impresentabile una delle forme attraverso cui si era manifestato. Il resto è rimasto e ha imparato ad adattarsi. Oggi il bersaglio non è necessariamente ciò che Israele fa, ma il fatto stesso che Israele esista. L’antisemitismo non è morto, si è semplicemente aggiornato. Per riconoscerlo servono meno slogan, meno manipolazioni semantiche e, magari, un buon libro di storia.
E comunque, per chi ancora coltivasse fantasie sulla nostra scomparsa, una piccola delusione finale: non abbiamo paura. Israele c’è, gli ebrei ci sono e continueranno a esserci, su quella terra. Il resto si può discutere quanto volete, ma una regola elementare resta valida da qualche millennio: agli ebrei non dovete rompere il cazzo.
A tutti gli ebrei, Gmar chatimà tovà e tzom kal. Che sia un buon Yom Kippur.
Piero Terracina

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