
Chiedere a Schlein di fare da suddita a Bonelli e Conte è come chiedere a Meloni di esserlo con Tajani e Salvini. Già qui, a voler essere seri, la faccenda si complica. E allora meglio non esserlo troppo: meglio iniziare una marcia di avvicinamento che possa portare a un gentlemen’s agreement capace di vedere la prima protagonista dell’accordo per il Quirinale e la seconda rimanere a Palazzo Chigi. Scrivo questo non per le scaramucce delle ultime ore, che spesso hanno visto la premier diffidente nei confronti degli alleati di governo, ma anche per il malcontento di cui la segretaria del Partito Democratico si è fatta portavoce e che il suo partito si porta dietro dall’accordo che, a suo tempo, li vide condividere un periodo insieme, poi spacchettato da Renzi, protagonista dell’ascesa di Mario Draghi a presidente del Consiglio e particolarmente benevolo, allora, nei confronti della segretaria di Fratelli d’Italia. Ovviamente, le mie sono le fantasie di un giornalaio che la mattina scorre le prime pagine dei quotidiani e si diverte a vedere come la stessa notizia possa essere raccontata in modi diametralmente opposti. Da una parte la crisi, dall’altra il dialogo. Da una parte il muro, dall’altra il ponte. E noi, nel mezzo, a cercare di capire se dietro una conferenza stampa ci sia davvero una strategia o soltanto un’altra dichiarazione. Però, pensandoci bene, non è poi così fantasmagorico il mio vaneggiamento politico, che per amore della scrittura fa voli pindarici e sogna il Pulitzer de noantri. Fatto sta che parla Bonelli e si defila, almeno in queste ore, Fratoianni. Renzi, di solito canterino, tace. Così come tace Calenda. E quando in politica qualcuno tace, noi giornalai cominciamo immediatamente a domandarci perché. È il bello del mestiere: se parlano, bisogna interpretare quello che dicono; se non parlano, bisogna interpretare il silenzio. Ora, si sa, che c’è feeling tra i Cinque Stelle e i Verdi sulle politiche nostrane. Conte si rassegni: non avrà mai il pass per battere anche lui un record, quello di aver presieduto per tre volte un governo con l’avallo del PD. Perché senza il PD, quel progetto rimarrebbe per sempre nel mondo dei sogni. Così come rimarrebbe nel mondo dei sogni il progetto di Schlein di mettere il cuscino sulla poltrona quirinalizia, se non strizzasse l’occhio a Meloni. Non per simpatia, naturalmente, ma per una questione puramente numerica. Perché al Quirinale, prima ancora delle simpatie, contano i numeri. E i numeri, in politica, hanno spesso meno fantasia dei politici che cercano di farli tornare. Insomma, si vorrebbe ripetere l’operazione Ciampi, eletto alla prima votazione. Solo che questa volta il nome su cui convergere potrebbe essere Casini. Chi meglio di lui, in fondo, sarebbe capace di far concorrere le due regine della politica italiana? Un uomo che conosce i palazzi, le maggioranze, le minoranze, le stagioni politiche e soprattutto quella particolare arte italiana che consiste nel riuscire a essere ancora lì quando quasi tutti gli altri hanno già cambiato poltrona. E qui la fantapolitica prende definitivamente il sopravvento. Perché se Schlein guarda al Quirinale e Meloni guarda a Palazzo Chigi, magari qualcuno potrebbe suggerire che, per una volta, conviene guardare nella stessa direzione. Non sarebbe un matrimonio d’amore, sia chiaro. In politica, certe volte, basta un matrimonio di convenienza. E nemmeno quello: può bastare un pranzo, una stretta di mano e una frase pronunciata senza microfoni. Poi, alla fine, decideranno sempre loro. Perché solo “loro” sanno quello che noi conosceremo a tempo debito. Noi possiamo soltanto osservare, leggere tra le righe, mettere in fila coincidenze e silenzi e provare a capire se una semplice suggestione possa diventare, domani, una notizia. Adesso, invece, è il momento delle congetture e delle scommesse: non ci sono regole e noi possiamo dare spazio a tutte le ipotesi fantapolitiche che ci vengono in mente. Perché, in fondo, è proprio questo il bello del gioco. E se poi, per puro caso, una di queste fantasie dovesse avvicinarsi alla realtà, nessuno venga a dirci che l’avevamo previsto. Diremo semplicemente che stavamo giocando.
Angelo Santoro

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