
Si è generalmente d’accordo sul fatto che occorrerebbe più Europa e quindi, in relazione ad un ruolo di direzione che oggi è essenzialmente svolto in ambito di politica monetaria, si ritiene credo più corretto pensare ad una BCE come prestatore di ultima istanza – principiando magari con l’istituzione degli eurobond di cui tanto, forse troppo come avviene in tutti i casi in cui le decisioni tardano ad essere prese, si è discusso – piuttosto che ad un fondo di tutela (EFSF) che, a detta di molti, non risolverebbe il problema, ma servirebbe solo ad impedire nel breve periodo il default di paesi qualila Greciaoggi e domani, chissà (?!), anche l’Italia.
Analogamente, sembra corretto pensare che al fine di salvaguardare i paesi periferici dal rischio di default, altro strumento utile di politica economica potrebbe essere rappresentato dalla leva fiscale, e anche in tal caso sarebbe auspicabile una politica europea tendente all’integrazione. La qual cosa tuttavia richiederebbe anche qui un surplus di unione politica. La riduzione del costo del denaro di 0,25 punti percentuali inizialmente disposta da Draghi è in effetti un timido tentativo – e per giunta ha dato l’impressione di essere già una mezza sorpresa e quindi un azzardo visto nell’ottica di una scelta politica da sempre prioritaria in sede europea che è stata ed è quella di impedire e contenere l’inflazione – i cui effetti peraltro sembrano destinati a durare brevemente nel tempo.
Gli osservatori sono quasi tutti d’accordo sul fatto che il mercato comune europeo continua a rappresentare una scelta di sistema che importa sostanziali vantaggi innanzitutto all’economia tedesca, come dimostrano i dati dell’esportazione anche nel corso dell’ultima fase recessiva, secondo molti destinata ancora a durare. Del resto, soprattutto in questi ultimi periodi è di tutta evidenza che l’asse tedesco-francese (Merkel-Sarkozy) dimostra l’interesse e la convenienza soprattutto di questi due paesi a cercare di salvare l’Unione.
E tuttavia, indipendentemente dalla speranza che un giorno l’Europa decida politicamente di diventare grande, è corretto anche pensare che i paesi in difficoltà non possono, nel tempo che viviamo, fare affidamento solo sulle buone intenzioni e disponibilità altrui. La corda, a furia di tirarla, alla lunga potrebbe spezzarsi! Occorre, pertanto, che paesi come l’Italia si adoperino per politiche che credo sarebbe errato definire solo di “rigore”. In realtà, dovrebbe trattarsi piuttosto di politiche che mirino alla crescita e allo sviluppo mediante un complesso di misure sistematiche, da un lato di revisione della spesa (spending review), già strumento che fu cavallo di battaglia del ministro Padoa Schioppa tra l’aprile 2007 e il maggio 2008, e dall’altro di investimento nelle idee e forze soprattutto giovanili.

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