E’ venuto meno in Italia il senso dell’irrinunciabile coercitività della norma, secondo la quale una norma che non sia vincolante, diventa inefficace nel raggiungimento del proprio fine.

Questo concetto, così banale e così fondamentale nella storia delle società occidentali, tanto da essere posto da Max Weber come uno dei fattori fondanti dello sviluppo del capitalismo e della crescita economica che ne è conseguita, sembra non essere piú proprio di larghe fette della nostra società a partire da chi, in ragione della propria posizione in campo economico, politico o intellettuale, riveste una significativa influenza nell’opinione pubblica.
Quello che è venuto meno in Italia è il senso dell’irrinunciabile coercitività della norma, secondo la quale una norma che non sia vincolante, diventa inefficace nel raggiungimento del proprio fine. La ragione di questo venire meno risiede in molteplici fattori di cui il piú determinante è la scomparsa di un altro capisaldo della storia moderna dell’Occidente: il fatto che lo Stato ed i suoi rappresentanti non siano sovra ordinati rispetto alle norme esistenti ma che, anzi, ne siano sottoposti alla stregua di qualsiasi cittadino.
Il caso dell’ILVA di Taranto è, a questo riguardo, assolutamente paradigmatico. L’ILVA ha sistematicamente violato ogni normativa in materia di ambiente e di protezione della salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto da ben prima del passaggio della piú grande acciaieria in Europa dalla proprietà pubblica a quella privata. Per decenni lo Stato, prima azionista e poi controllore, ha posto in atto e successivamente tollerato la continua violazione delle normative da parte del management del gigante siderurgico, in ragione dell’indubbia strategicità dell’impianto pugliese sia per l’economia locale, di cui costituisce il principale serbatoio occupazionale, che, piú in generale, per l’intera industria trasformatrice italiana di cui l’ILVA rappresenta il fornitore primario di acciaio, nonchè in ragione degli interessi privati di tanti amministratori.
Il punto è che uno Stato che si pone in contrasto con la moltitudine di regole che lo stesso, tramite i suoi rappresentanti, ha creato, violandole sistematicamente in ragione di presunti interessi generali o di piú probabili interessenze private, unito ad una struttura corporativa dell’economia, della società, della politica e della cultura in cui ogni gruppo portatore di un interesse particolare non esita a giustificare il dispregio delle regole se queste siano in conflitto con il suddetto interesse, perde la sua ragione per esistere ed è destinato ad una dissoluzione che si manifesta tramite la perdita del senso di appartenenza dei cittadini.
In uno Stato di diritto, secondo l’interpretazione di questo termine che è prevalsa sia nel mondo anglosassone che in Europa continentale negli ultimi due secoli, non si puó tollerare che, anche se per motivazioni di interesse generale quali la salvaguardia dell’occupazione o la tutela delle fonti di approvvigionamento di una materia prima primaria quale l’acciaio, lo Stato violi o tolleri la violazione di norme vigenti. In caso contrario si ricade nel concetto di assolutismo in cui il potere è al di sopra delle norme in quanto, spesso in ragione di un’investitura divina, migliore interprete dell’interesse collettivo.
Il tema non è unicamente etico ma eminentemente pratico. La possibilità delle nostre imprese di uscire dalla crisi è funzione della capacità delle stesse di attirare capitali da investitori internazionali. È auspicabilmente finito il tempo dei salvataggi delle imprese in difficoltà da parte dello Stato e lo stock di risparmio domestico, per quanto ancora tra i piú ingenti d’Europa, è in continua contrazione ed impegnato, direttamente o indirettamente tramite gli impieghi delle banche, nel sostenere l’enorme debito pubblico che decenni di irresponsabilità fiscale dei nostri governanti hanno accumulato. È pertanto necessario attirare nuovi capitali provenienti dai grandi investitori istituzionali, che siano fondi sovrani, fondi pensione o di private equity o investitori corporate, con i quali finanziare i necessari investimenti in innovazione, sulla base dei quali si misura la competitività di un sistema paese.
Il punto è che nessuno investe in un contesto in cui manca la certezza del diritto a causa di assenza di regole oppure, in presenza delle stesse, di scarsa applicazione o eccessiva tolleranza delle violazioni. Un investitore razionale per impiegare risorse deve avere sia la certezza che l’organizzazione verso la quale si indirizza l’investimento abbia sempre rispettato le regole nel passato, al fine di non potere essere sottoposta in futuro a sanzioni o richieste di indennizzi, sia la tranquillità che i propri diritti di investitore siano efficacemente tutelati con certezza dei tempi e delle modalità della tutela.
In una fase in cui, da molte parti, giustamente si fa notare che la prossima Legislatura non potrà non essere costituente dovendo riscrivere leggi fondanti dell’ordinamento Italiano quali, per esempio, una seria legge elettorale, la riforma del titolo V della Costituzione, la riforma degli organismi di rappresentanza politica nonchè molte altre riforme necessarie per la modernizzazione della società e dell’economia, sarebbe un grave errore dimenticare che anche la migliore delle norme diventa inefficace se non rispettata. È pertanto necessario che, non solo la classe politica (anche se la classe politica in primis), ma anche chi riveste posizioni di responsabilità in ambito pubblico, privato, culturale e sociale comprendano che è giunto il tempo in cui, non con le parole ma con l’esempio, si mostri l’irrinunciabile valore del rispetto delle regole. In caso contrario, la conseguenza sarà non solo la continuazione del declino Italiano ma la dissoluzione stessa della nostra identità e le ricaduta nell’assolutismo o in estremismi al potere.

Lascia un commento