Sarà stata anche un’operazione “mastodontica” come ha detto Renzi nella conferenza stampa tenutasi subito dopo l’approvazione del nuovo Codice appalti, ma, evidentemente, nonostante le entusiastiche approvazioni formali, l’attuale normativa di settore – forse anche perché rimanda a circa 50 decreti attuativi da adottarsi nei prossimi mesi oltre che alle linee guida di Cantone – deve proprio apparire indigesta.
Dall’Anas, alla regione Calabria, sino all’università di Firenze tutti si sono affrettati, naturalmente dopo aver lodato le nuove regole predisposte dal Governo, a pubblicare in Gazzetta ufficiale i loro bandi da qui ai prossimi sei mesi per poter gestire gli appalti con le vecchie norme!!
Sono numerosi infatti gli enti appaltanti che hanno inviato alla Gazzetta ufficiale i testi dei propri bandi prima dell’entrata in vigore del nuovo codice appalti avvenuta nella tarda serata di martedì, ma, in uno Stato pasticcione come il nostro, dove il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi è accaduto che, in alcuni casi, i tempi tecnici di pubblicazione in Gazzetta abbiano impedito l’uscita di queste gare entro il limite imposto dal nuovo testo.
Risultato? Caos tra gli uffici delle amministrazioni aggiudicatrici coinvolte e soprattutto incertezza sul proseguimento degli avvisi in questione che rischiano di dover essere stoppati in quanto non in linea con le nuove disposizioni.
E’ uno dei tanti effetti paradossali di una riforma che, essendo nata all’insegna della trasparenza e della lotta alla corruzione, è stata accompagnata da un coro (entusiastico) di approvazioni suggerite per lo più dal timore (da parte di tutti gli enti, pubblici e privati, desiderosi di dimostrare con zelo il loro aprioristico consenso) di non potere altrimenti salire, alla vecchia maniera italica, sul carro degli onesti e dei zelanti.
In realtà cosa esattamente contenesse questo benedetto provvedimento non lo sapeva praticamente nessuno (tranne gli estensori dell’ultima ora) giacché il testo è stato cambiato decine di volte sino alla firma del Capo dello Stato.
Il Decreto legislativo è infatti entrato in Consiglio dei Ministri lo scorso venerdì 15 aprile in un certo modo ed è uscito in tutt’altra maniera, con stravolgimenti radicali proprio su alcuni punti nevralgici. Esaminiamo sinteticamente qualche argomento:
- innanzitutto la disciplina di affidamento degli appalti di lavori sotto al milione di euro. Al contrario di quanto prevedevano le ultime bozze in cui era stata recepita la raccomandazione del Consiglio di Stato di rendere più rigide le procedure di affidamento sopra ai 150 mila euro, nella versione definitiva del decreto viene lasciato tutto più o meno come è oggi: con la possibilità di affidare gli appalti fino a un milione (che costituiscono praticamente l’80% dei bandi presenti sul mercato) con una procedura equivalente alla vecchia trattativa privata e con un invito esteso a non più di dieci imprese;
- viene stabilmente accolto tra gli istituti del Codice l’anticipo prezzi soddisfacendo le richieste avanzate delle imprese. Le norme che attualmente lo prevedono sarebbe dovute venire a scadenza alla fine di luglio. Il Governo invece, raccogliendo stavolta la sollecitazione delle commissioni parlamentari, ha previsto l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di versare il 20% del prezzo d’appalto all’impresa aggiudicataria entro quindici giorni dall’avvio del cantiere;
- viene inoltre recepita stabilmente, anche in tal caso su sollecitazione delle imprese, l’esclusione automatica delle offerte anomale. Nelle procedure di scelta del contraente per appalti di lavori, servizi e forniture, quando il criterio di aggiudicazione è quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando l’esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla così detta “soglia di anomalia”. Tale facoltà di esclusione automatica non è fattibile quando il numero delle offerte ammesse è inferiore a dieci.
Insomma, le ultime ore del Codice appalti sono state le più travagliate dei quasi due anni di lavoro sulla riforma. I testi circolati alla vigilia del Consiglio dei ministri, venerdì 15 aprile, sono stati smentiti proprio su argomenti decisivi in maniera clamorosa al momento della pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Così, componendo la mappa dei cambiamenti assestati all’ultimo minuto, emerge che la riforma ha modificato i suoi connotati proprio un attimo prima di divenire vincolante.
Perché così tanti cambiamenti ed in maniera così concitata ? Per la ragione più semplice di questo mondo: la gestione degli appalti pubblici, come ben sa la classe dirigente del nostro Paese, è il vero “sancta sanctorum” dell’economia nazionale. Starci dentro significa stare nella stanza dei bottoni, o per meglio dire dei bottini e nessuno vuole essere escluso. Dunque sistematicamente ed inevitabilmente quando vi è una nuova classe politica si cambiano le regole del gioco a prescindere dalle giustificazioni formali che in questo caso consistevano nel recepimento delle nuove direttive europee di settore.
E’ accaduto anche questa volta. Ed anche questa volta esso è divenuto il punto d’incontro degli interessi di soggetti molto distanti e diversi tra di loro. Da qui la necessità di mediare esigenze a volte contrapposte stando attenti a non dimenticare nessuno. Da qui anche quel guazzabuglio di norme da cui le stazioni appaltanti hanno cercato di esimersi quantomeno nella fase iniziale di attuazione del decreto appena emanato.

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