Armati e in divisa mentre badavano all’ordine pubblico e alla gestione dell’emergenza dopo le orride stragi consumate a Bruxelles. Certo non sarà stato per quelle scritte sulle schiene “Politie – Police” che se ne poteva cogliere meglio l’appartenenza, le funzioni e di molti verificarne la volontà e la capacità. Poi quei ceri tremolanti e i fiori recisi posati sul selciato. I bigliettini tenerelli e un po’ didattici, incalzati dai gessetti colorati le cui prerogative hanno favorito perlomeno messaggi brevi. Da ultimo lo striscione su tutto a campeggiare: “Je suis Bruxelles – Ik ben Brussel” che lì, in piazza della Borsa, provava a sillabare la rituale muta solidarietà. Tutto già visto e tristemente scontato.
Partecipiamo alla tragedia immensa che ancora una volta ha rimescolato le illusioni residuali, ha squassato la convivenza, diviso le coscienze, ribaltato i palinsesti. Ma anche ci è parso che questo ripetuto mesto immobilismo, questa mostra del cordoglio, quelle bandierine peace and love unilateralmente adottate, quella paura che la politica cauta – e difatti impreparata – pretende di negare, quel bilinguismo istituzionalizzato e un po’ superfluo per chi vive altrove, ci abbia rappresentato più di ogni altra immagine Bruxelles oggi. Una città sconvolta dagli scempi e poi accomodata per le riprese televisive. Sì, proprio la capitale del Belgio, appunto definito di recente dal politologo Kepel “uno Stato fallito”. Simbolicamente centrale in questa Europa cosiddetta unita dove non c’è modo d’intendersi né di farsi ascoltare fuori dai codici triti e dalle convenzioni imposte, dove come amara risultanza non sia più praticabile alcuna unità d’intenti né una reazione politica almeno verbalmente plausibile.
Perché la guerra ci è stata mossa e sostenuta con le carneficine e in più occasioni, anche se il termine resta un tabù impronunciabile. Nemmeno l’ammissione della sua attualità, Bergoglio dixit, ha ottenuto la risonanza e la veridicità che ad ogni esternazione gli attribuiscono.
Piegata dalla stoltezza o dalla rassegnazione, indifferente o malinconica – ma quando le pare assai gaudente – questa Europa attenderà la prossima strage e conterà i nuovi morti, i mutilati e gli scampati. Per il tempo che ancora le sarà concesso potrà contrapporsi al terrore incrociando le dita, picchiando duro con la cultura e oliando per bene i “valori fondanti della nostra società”, però badando scrupolosamente a non classificarli superiori agli altri. Questa Babele tenacemente e disperatamente persuasa che la vittoria sui terroristi dello Stato Islamico – sedicente, ben s’intende – arriderà se i cittadini tutti, sfidando la sorte, non cambieranno lo “stile di vita”, ha il gusto della panzana arrangiata da chi, con le mani legate, tira a campare.

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