I giovani di oggi si trovano a vivere in un’epoca complessa e piena di contraddizioni: da un lato ricchezza materiale e grandi opportunità, dall’altro lato grandi povertà spirituali e vuoti ideali, accompagnati da una diffusa percezione dei rischi a cui ci troviamo di fronte.
In tutto questo il sistema dei mezzi di comunicazione di massa, ma anche la politica, svolgono un ruolo fondamentale e disorientante. Infatti, come tanti osservatori hanno notato più volte, il messaggio dominante oggi, a tutti i livelli, è quello di privilegiare il presente al futuro: il primo è certo ed attuale, benché fuggevole, mentre il secondo è denso di nubi, di rischi, di minacce. Meglio dunque affidarsi al presente, e dunque consumare, anziché fare affidamento su un futuro migliore, e risparmiare.
La conseguenza diretta e sotto gli occhi di tutti è che la società occidentale, opulenta ed edonista, si sta trasformando in una società che consuma in fretta ciò che produce, e che ha smesso di scommettere sul futuro, cioè ha rinunciato ad attivare quel meccanismo che in economia viene chiamato della “trasposizione intertemporale dei consumi” e che i contadini di un tempo sintetizzavano con il celebre motto: “meglio una gallina domani che un uovo oggi”.
Le ricadute sociali e psicologiche di questo mutamento epocale sono notevoli, soprattutto se paragoniamo certi aspetti della nostra società contemporanea con quella dei nostri genitori o nonni. Infatti sono bastati pochi anni, una quindicina in tutto, per trasformare un popolo di risparmiatori, come quello italiano, in una comunità di debitori. Lo testimoniano i conti in rosso delle famiglie italiane, sempre più (malamente) coperti dai prestiti personali concessi dalle tante finanziarie sparse sul territorio nazionale.
Anche la politica si sta adattando al comune andazzo, e rinuncia ormai anche solo ad enunciare grandi traguardi ideali, patti intergenerazionali e programmi pluriennali. Ogni programma, invece, ha la pretesa di avere immediate ricadute pratiche, di produrre risultati al più presto possibile. E’ dunque perfettamente comprensibile che ci sia chi minaccia di far cadere una maggioranza democraticamente scelta dagli elettori per garantire i diritto immediato alla pensione a 120 mila occupati, di cui poi solo 60 mila (al massimo!) realmente interessati al progetto.
Dunque è perfettamente legittimo tenere in ostaggio un governo per gli interessi (effimeri) di pochi, aggravare le condizioni del bilancio pubblico di 60 milioni di persone per il diritto alla pensione già da domani di 60 mila di queste, pari allo 0,1% del totale.
Già, è comprensibile e legittimo pensarla così e finanche battersi per questi obiettivi. Ma che futuro ha un Paese che non scommette più su se stesso e sulle proprie potenzialità?
“Del doman non v’è certezza”, cantava lo stornello rinascimentale. Oggi la chiusa del verso suonerebbe, più o meno: “chi vuol esser pensionato, sia”.
Stefano Amoroso

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