Il poeta Alfonso Gatto, allora trentaduenne, e la venticinquenne Lydia Lea Ansaldo, discendente dell’omonima famiglia di industriali, si incontrarono nel 1941 a Torino, nel corso di una mostra collettiva nella quale esponevano, tra gli altri, Carrà, Casorati e Soffici. Tra i due fu amore a prima vista. Un amore che durò dieci mesi e di cui restano le 68 lettere che Gatto, a quel tempo già affermato critico d’arte, indirizzò, con cadenza quasi quotidiana, alla sua amata, e che per la maggior parte inviò da Firenze, dove risiedeva dal 1936. Alcune sono scritte su carta intestata del caffè Giubbe Rosse, come quella del 27 maggio 1941. «Se sapessi come son solo, come il cuore è inascoltato e strema nelle parole il suo soffio e resta più povero dopo che ha trovato la felicità. Sto scrivendo all’aperto su un tavolo bianco di marmo del caffè, quest’ultima luce della sera diventa azzurra sulle cose: il campanile di Giotto è roseo contro il cielo basso di nuvole», scrive Alfonso Gatto dallo storico caffè fiorentino di piazza della Repubblica, celebre ritrovo di artisti e letterati fin dai primi anni del Novecento. E non solo dalle Giubbe Rosse. Gatto sembra scrivere di getto, pensando alla sua musa ispiratrice, in ogni angolo della Firenze che ama. «Alle mie spalle quassù c’è San Miniato, il Monte alle Croci, il bel cimitero delle Porte Sante… Ti ho voluto scrivere da quassù per ricordarti in mezzo alle cose che amo e che sono aridamente belle e indelebili», si legge nella lettera del 27 giugno 1941, scritta su carta intestata del caffè ‘La Loggia’. E ancora, il 31 maggio dello stesso anno: «Mia cara Lydia, sono le 23 e 1/2 , circa mezzanotte, ti scrivo dal caffè della Stazione ove sono con Cantatore, Tomea, Tallone, che tengono qui ora una mostra a Firenze». O, il giorno precedente: «Stasera andrò a un concerto, l’ultimo del maggio fiorentino, Mozart, Beethoven: te ne scriverò».
Le 68 lettere inedite, che rappresentano, come spiega Giuseppe Langella nella postfazione, «un romanzo epistolare concepito a tavolino con intenzioni squisitamente artistiche, piuttosto che il frutto volontario di una vera relazione, tante sono la levigatezza del dettato, la dolcezza quasi musicale del respiro, la naturale coesione della materia tematica», sono state raccolte, insieme al poema ‘Ilaria’, nel volume “L’amore che salva. Lettere a Lydia Lea Ansaldo”, a cura di Michele Bono (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2006).
Il libro, che sarà presentato in questi giorni a Firenze alla Fondazione il Fiore, permette di ricostruire la tormentata relazione, nata e vissuta in un periodo difficile, come quello della seconda guerra mondiale, attraverso le lettere di Gatto. Mancano infatti completamente le risposte della Ansaldo, distrutte dallo stesso poeta dopo la scoperta del tradimento da parte della moglie Jole.
All’epoca dell’incontro con la Ansaldo, Gatto, che nel 1938 aveva fondato a Firenze, insieme a Vasco Pratolini, il quindicinale ‘Campo di Marte’, collaborava a ‘Primato’, ‘Oggi’, ‘Il Mattino’ di Napoli e scriveva articoli e racconti per la Nazione. Per Vallecchi aveva già realizzato una monografia su Ottone Rosai e proprio nel 1941 uscì la seconda edizione di ‘Poesie’, che raccoglie tutta la sua produzione, a partire dal 1929. E, naturalmente, sarà a Lea Ansaldo che Gatto invierà la prima copia con dedica.
La relazione tra Gatto e la Ansaldo terminerà in seguito alla scoperta fatta dalla moglie del poeta. A quel punto, ognuno continuerà la propria strada. Gatto, che dopo la guerra fu, tra l’altro, inviato speciale per l’Unità e co-direttore di Milano sera, morirà nel 1976 in un incidente stradale, la Ansaldo proseguirà nel suo impegno artistico. Negli anni Settanta, a Genova, fonderà l’Atelier, uno dei primi gruppi italiani di avanguardia, dove ella si dedicherà all’insegnamento della dizione per i giovani attori.
Monica Pieraccini
L’amore che salva. Lettere a Lydia Lea Ansaldo di Alfonso Gatto
con un’appendice di prose rare
a cura di Michele Bono
postfazione di Giuseppe Langella
(Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2006)

La mia cara maestra: quante cose mi ha insegnato. Attorniata dai suoi numerosi gatti (non sono mai riuscita a contarli) mi ha dato con pillole di saggezza “l’arte” di leggere e interpretare. La sensibilità dell’arte mi ha sfiorata grazie alla sua intercessione e le sarò sempre grata per il suo fare professionalmente affettuoso. Mi dispiace tanto di non averla più cercata prima della sua scomparsa. Ma resta,grande, la mia gratitudine.