Ecco una pellicola che forse non vedremo mai in questa parte di mondo: KOTOKO del giapponese Tsukamoto Shinya. Questo pregevole lavoro ha vinto la Sezione Orizzonti riservata ai lungometraggi della Sessantottesima Mostra del Cinema. La Sezione, un po’ elitaria, ha di fatto fagocitato molti spazi, in precedenti edizioni aperti a tutti: sala esclusiva per le conferenze, terrazza del Casino quasi monopolizzata…per prendere qualche appunto sulle altre sezioni occorre accontentarsi degli scomodi scranni del caffè del casino o dei punti di ristoro posti all’aperto…
A parte questo la Giuria Orizzonti preseduta da Jia Zhangke e composta da Stuart Comer, Odile Decq, Marianne khoury e Jacopo Quadri ha premiato un film di sicuro impatto che intende mostrarci i colori accesi della follia, con l’aiuto di un montaggio nervoso e serrato che sempre sottolinea i comportamenti della protagonista.
KOTOKO ha il volto e le movenze nevrotiche di una cantautrice nota in Giappone che il regista ha insistito per avere come protagonista: il suo nome è Cocco e ci offre un’interpretazione molto convincente.
L’impossibilità di Kotoko di occuparsi del suo piccolo è evidente fin dalle prime immagini, soffre di visioni doppie: una positiva e una negativa. E’ convinta di vedere il figlio precipitare dal tetto dello stabile che abita tanto che le sue grida disperate inducono gli inquilini a chiamare l’ambulanza…
Il figlio è al sicuro nel suo lettino e a Kotoko non rimane che suonare tutti i campanelli per scusarsi con i vicini per la sua leggerezza…leggasi follia!
Se un uomo le si avvicina si ritrova il dorso della mano trafitto da una forchetta…c’è da chiedersi come abbia fatto a generare un figlio, forse Kotoko è stata anche normale, su questo punto il regista non si sofferma. Uno scrittore di successo si mette in testa un’impresa impossibile: amarla.; ed è a questo punto che Kotoko dimostra tutta la sua devastante follia: ha bisogno di lui, lo vuole, lo respinge, lo picchia, lo strazia, lo tortura. Lui, pur ridotto ad una maschera di sangue, accetta tutto fino al momento in cui non può fare altro che abbandonare la casa che divide con la donna.
Kotoko viene allontanata dal figlio posto al sicuro in campagna; dopo qualche tempo una rasserenata Kotoko lo va a trovare, gioca con lui, finge di andarsene, torna indietro ed è tutto un sorriso.
La donna sembra guarita e le viene restituito il figlio, ma è senza speranza. Il suo destino è la permanenza in una clinica destinata ai malati di mente.
Il film termina con il figlio adolescente che va a trovare la madre, le racconta le sue imprese sportive, sereno e felice. Una volta salutata se ne va…Kotoko dalla finestra della cameretta vede il figlio che torna su i suoi passi nel parco e agita la mano in un continuo sorriso …come aveva fatto Kotoko con lui alcuni anni prima.
Un’interpretazione intensa, musica straziante. Se la follia ha un colore è quello di questo film di Tsukamoto che forse un giorno potremo anche vedere, se non al cinema, magari in piena notte a “Fuori Orario”… Chissà! Auguriamocelo.
Maria Rita Monaco

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