
La vicenda della presunta corruzione che ha coinvolto due alti funzionari ucraini, subito rimossi dal presidente Volodymyr Zelensky, ha offerto all’Unione Europea e agli Stati Uniti un inatteso alibi politico. Un varco attraverso cui iniziare a rallentare, se non a disimpegnare, gli aiuti finanziari e militari che per quattro anni hanno sostenuto l’Ucraina invasa dalla Russia nel lontano febbraio 2022. È una guerra asimmetrica nelle dimensioni ma non nella ferocia: il Paese più esteso del mondo contro il più grande d’Europa impegnati in un conflitto che ha logorato territori, economie e opinioni pubbliche. Da una parte Mosca, determinata ad annettere regioni non sue; dall’altra Kiev, ferma nel difendere la propria sovranità, anche a costo di un’intera generazione mandata al fronte. L’Occidente, almeno nella fase iniziale, non ha esitato. Zelensky è stato accolto nei parlamenti europei e al Congresso statunitense come un alleato naturale, un simbolo di resistenza. Ogni visita si concludeva con nuovi fondi e nuove forniture militari, utili tanto all’Ucraina quanto ai Paesi donatori, che avevano l’occasione di smaltire armamenti ereditati dai conflitti balcanici e di garantirsi, in prospettiva, un ruolo nella futura ricostruzione. Né i russi avevano ragione quando prevedevano una vittoria in pochi giorni, né l’Europa quando immaginava una guerra breve. Quattro anni di finanziamenti hanno iniziato a pesare sulle tasche dei cittadini europei, spesso già provati da inflazione, pandemia e instabilità energetica. E proprio quando il sostegno cominciava a vacillare è esplosa l’inchiesta ucraina sui due funzionari colti con immagini sgradevoli di lusso e contanti: la miccia perfetta per alimentare scetticismo, malumori e il vecchio adagio andreottiano secondo cui, a pensar male, si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Per molti europei e americani, la vista di ricchezze ostentate mentre gli ucraini muoiono al fronte è diventata insopportabile. Per altri, un’occasione politica: quella di iniziare un lento ma evidente ritiro, simile a quello che portò l’Occidente ad abbandonare Kabul dopo vent’anni di presenza, lasciando l’Afghanistan ai talebani in una manciata di settimane. Una pagina ancora oggi non del tutto spiegata. Nel caso ucraino resta irrisolta una domanda cruciale: perché l’Unione Europea non ha mai istituito una contabilità trasparente degli aiuti economici e militari inviati a Kiev? Perché non ha preteso un rendiconto periodico, come sarebbe normale per somme versate dai contribuenti europei? Questa leggerezza gestionale rischia ora di minare ulteriormente la fiducia già fragile in un’Europa che parla di investire altri mille miliardi nella difesa, mentre ha gestito con superficialità sia la pandemia sia il sostegno all’Ucraina. Il sospetto di corruzione diffusa rimane, per ora, solo un’ipotesi. Ma è un’ipotesi che circola con insistenza, alimentata dentro e fuori il continente. E intanto nelle capitali occidentali la tentazione di “lasciar andare” l’Ucraina si fa strada con inquietante familiarità: la stessa dinamica che non molto tempo fa ha portato all’abbandono di Kabul. Il rischio è che Kiev viva lo stesso destino: una ritirata mascherata da pragmatismo con Zelensky lasciato sempre più solo al centro della scena internazionale, mentre l’Occidente ricalcola priorità, costi e convenienze.
Angelo Santoro

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