
I principali indici azionari statunitensi hanno chiuso la seduta di ieri, mercoledì 18 marzo 2026 con ribassi superiori all’1%, dopo le indicazioni di politica monetaria della FED. Una banca centrale che, specie nelle dichiarazioni di Jerome Powell ha evidenziato un atteggiamento ancora hawkish sui tassi, in relazione all’affermazione del presidente relativa alla non possibilità di tagliare i tassi sino a quando l’inflazione rimarrà ai livelli attuali. I responsabili della politica monetaria hanno osservato che l’attività economica si è espansa a un ritmo sostenuto, la creazione di posti di lavoro è rimasta bassa mentre l’inflazione si mantiene leggermente elevata. Le implicazioni della guerra con l’Iran sono incerte. In questo contesto, i responsabili della politica monetaria prevedono una sola riduzione del tasso sui fondi federali quest’anno e un’altra nel 2027, come previsto a dicembre, sebbene la tempistica rimanga incerta. Il Dow Jones ha perso l’1,63% a 46.225 punti, mentre l’S&P500 ha lasciato sul terreno l’1,36% a 6.625 punti. Performance peggiore per il Nasdaq (-1,46% a 22.152 punti). La Fed ha inoltre rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del PIL sia per il 2026 (2,4% contro il 2,3% previsto a dicembre) che per il 2027 (2,3% contro il 2%). La disoccupazione è prevista al 4,4% per il 2026, invariata rispetto a dicembre, e al 4,3% per il 2027 (rivista al rialzo rispetto al 4,2%). Si prevede che sia l’inflazione PCE che quella Core PCE saranno più elevate quest’anno, raggiungendo entrambe il 2,7%, rispetto alle proiezioni di dicembre del 2,4% e del 2,5%, rispettivamente. Per il 2027, entrambe le misure sono state riviste al rialzo al 2,2% dal 2,1%.
VALUTE.
Dollaro nuovamente in rialzo, in una specie di yoyo che alterna rialzi a ribassi, in seguito alle notizie che escono o sul fronte geopolitico o su quello macro. In questo caso, sono state le banche centrali, con in testa la Fed, a dirsi preoccupate per il livello di inflazione attuale, che peraltro non tiene probabilmente ancora conto dei guadagni importanti del petrolio delle ultime settimane. Tali preoccupazioni si riflettono anche sulle valute, ove il dollaro continua a tenere testa alla pressione che ne alimenta in qualche modo le price action, e così anche ieri sera l’EurUsd è tornato sotto quota 1.1500 ritornando a 1.1470 da dove si riparte quest’oggi. I supporti sono posti a 1.1410 mentre i livelli chiave sopra si trovato a 1.1550. UsdJpy che si avvicina a 160, soglia psicologica e forse di intervento della Boj. Cable che scende a 1.3260 non lontano dai supporti chiave di 1.3200, in attesa di una Boe che presumibilmente lascerà i tassi invariati, sempre per il pericolo di una inflazione che ancora incombe. AudUsd in consolidamento, anche se questa notte sono usciti dati peggiori sulla disoccupazione,salita al 4.3% a febbraio, sopra alle previsioni del 4.1%.
PPI IN RIALZO.
Negli Stati Uniti, i prezzi alla produzione sono aumentati dello 0,7% su base mensile a febbraio 2026, superando lo 0,5% di gennaio e attestandosi ben al di sopra delle previsioni dello 0,3%. Si tratta del maggiore aumento dei prezzi alla produzione in sette mesi, con i prezzi dei beni in rialzo dell’1,1%, il picco più alto da agosto 2023. Sono aumentati anche gli indici relativi a gasolio, benzina, carburante per aerei e prodotti del tabacco. Nel frattempo, i prezzi dei servizi sono aumentati dello 0,5%, il minimo degli ultimi tre mesi, con i prezzi dei servizi di alloggio turistico in crescita del 5,7%, che hanno contribuito maggiormente all’aumento complessivo. L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) core è aumentato dello 0,5%, dopo un incremento dello 0,8% a gennaio, ma al di sopra delle previsioni dello 0,3%. Su base annua, l’inflazione complessiva alla produzione è balzata al 3,4%, il valore più alto da un anno a questa parte, rispetto al 2,9% di gennaio, e le previsioni indicano che rimarrà al 2,9%. Anche l’inflazione di base alla produzione è aumentata, raggiungendo il 3,9%.
BOJ, TASSI FERMI.
La Banca del Giappone ha lasciato invariato il suo tasso di interesse di riferimento a breve termine allo 0,75% nella riunione di marzo 2026, mantenendo i costi di finanziamento al livello più alto da settembre 1995. La decisione, annunciata poche ore dopo che la Federal Reserve statunitense aveva mantenuto i tassi invariati, ha rafforzato un atteggiamento prudente a livello globale. La decisione di giovedì era ampiamente prevista ed è stata approvata con 8 voti favorevoli e 1 contrario. I membri del comitato di politica monetaria ritengono che l’economia giapponese si stia riprendendo, ma hanno avvertito che l’escalation delle tensioni in Medio Oriente rappresentano un fattore di rischio significativo. Il consiglio ha segnalato che continuerà ad aumentare i tassi e ad adeguare il sostegno monetario se la crescita e l’inflazione si evolveranno come previsto, sottolineando che i tassi reali rimangono significativamente bassi. Nel frattempo, si prevede che l’inflazione CPI scenda temporaneamente al di sotto del 2% prima di subire una rinnovata pressione al rialzo dovuta all’aumento dei prezzi del petrolio. Jpy che resta debole dopo il ritorno al rialzo del dollaro in qualità di valuta rifugio e UsdJpy a ridosso della soglia psicologica di 160.00 livello oltre il quale potrebbe intervenire la Boj.
PETROLIO IN CRESCITA.
Giovedì i futures del petrolio Brent hanno superato i 110 dollari al barile, prolungando il rally, mentre i nuovi attacchi contro infrastrutture energetiche chiave in Medio Oriente hanno acuito i timori di interruzioni nei flussi globali di petrolio e gas. L’Iran ha lanciato attacchi missilistici contro un impianto in Qatar, che ospita il più grande impianto di esportazione di GNL al mondo, uno dei diversi asset energetici che Teheran ha promesso di colpire in seguito all’attacco israeliano al giacimento di gas iraniano di South Pars. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato di essere a conoscenza dell’attacco israeliano al giacimento di South Pars, ma ha esortato a non intraprendere ulteriori attacchi contro siti energetici iraniani. Nel frattempo, il Presisdente, ha temporaneamente sospeso il Jones Act per contribuire a ridurre i costi di trasporto di petrolio, gas e altre materie prime negli Stati Uniti, consentendo alle navi battenti bandiera straniera di operare tra i porti statunitensi. I prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 50% dall’inizio della guerra, poiché il conflitto con l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz e ha spinto i principali produttori mediorientali a ridurre significativamente la produzione.
Saverio Berlinzani

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