
La guerra contro l’Iran potrebbe presto vedere l’apertura di un nuovo fronte: quello interno al movimento MAGA. Ad aprirlo formalmente sono state ieri le dimissioni del direttore del centro antiterrorismo Joe Kent, che ha rinunciato all’incarico in forte polemica con Donald Trump e la sua decisione di lanciare gli Stati Uniti in una guerra contro l’Iran. Lo ha annunciato lo stesso Kent condividendo su X una lettera inviata al presidente Usa, che lo aveva nominato nel ruolo appena pochi mesi fa. “Non posso in coscienza sostenere la guerra in Iran”, scrive Kent. Aggiungendo poi: “Non posso appoggiare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo di vite americane”. Un atto d’accusa – quello dell’ex agente delle forze speciali, funzionario Cia e vedovo di guerra (sua moglie, sottufficiale di marina, è morta in un attentato suicida in Siria nel 2019) – che è un campanello d’allarme direttamente collegato al crescente malcontento del mondo MAGA per quella guerra ‘lontana’ e in contraddizione con la tendenza isolazionista dei sostenitori dell’America First. Ancor più duro, l’affondo sulle ragioni che avrebbero condotto Washington a sferrare gli attacchi contro il Paese che, prosegue Kent: “non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby americana”. L’ipotesi che Trump sia stato spinto nel conflitto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu circola incessantemente fin dall’inizio del conflitto e le smentite della Casa Bianca non l’hanno indebolita. Da ieri, la lettera di Kent conferisce loro la credibilità di un eroe di guerra decorato e interno all’Amministrazione.

Un disagio crescente?
Se le dimissioni di Kent – primo funzionario di alto rango a dimettersi dall’inizio del conflitto – hanno fatto scalpore, non sono però il primo segnale di dissenso manifestato dalla base dei più ferventi sostenitori del tycoon. Fin dai primi raid di fine febbraio su Teheran, Trump ha dovuto affrontare le critiche di alcune delle voci più influenti della galassia MAGA tra cui gli ex conduttori di Fox News Tucker Carlson e Megyn Kelly, come pure di Joe Rogan, il podcaster che ha svolto un ruolo cruciale nell’aiutare Trump a ‘raggiungere’ i giovani elettori della destra conservatrice nelle elezioni del 2024. Quest’ultimo ha definito la guerra all’Iran “una follia”. La stessa Marjorie Taylor Greene, ex deputata della Georgia un tempo ‘pasionaria’ di Trump e ora critica del presidente, fermamente contraria alla guerra contro l’Iran, si è affrettata a difendere Kent, che ha definito su X “un grande eroe americano”. Segnali di un crescente disagio che – sebbene non espresso – sarebbe radicato anche all’interno dell’amministrazione. Da Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale che già in passato aveva condiviso il proprio scetticismo riguardo agli interventi militari statunitensi e dallo stesso JD Vance, sebbene quest’ultimo abbia cercato di mostrare il suo sostegno alla guerra negli ultimi giorni. “Ho fiducia nel presidente Trump, sono certo che porterà a termine il lavoro, che farà un buon lavoro per il popolo americano e che si assicurerà che gli errori del passato non si ripetano”, ha dichiarato il vicepresidente.
Difesa a oltranza?
Nel frattempo, i sostenitori di Trump fanno quadrato per difendere il presidente. L’Iran è “il maggior sponsor del terrorismo nel mondo” ed è “il male assoluto”, ha risposto pure la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. E, con buona pace delle accuse di Kent, per Leavitt “è il Comandante in capo a determinare cosa rappresenta una minaccia e cosa no, perché è l’unico che ha il potere secondo la Costituzione per farlo, e perché gli americani al voto gli hanno dato fiducia”. Quanto all’idea che Trump “abbia deciso sulla base dell’influenza di altri, tra cui potenze straniere, è al contempo un insulto e una barzelletta. Trump è stato coerente per decenni nel dire che l’Iran non avrebbe dovuto ottenere l’arma nucleare”. Non si è fatta attendere neanche la replica del diretto interessato: “Sono felice che Kent sia fuori, era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza”, ha detto Trump, respingendo senza appello l’idea che a spingere Washington verso la guerra all’Iran sia stato Israele: “Ero contro l’Iran molto prima ancora di pensare che Israele potesse essere contro l’Iran”, ha detto il leader Usa.
Una crepa o una frattura?
Se la crepa aperta da Kent si trasformerà in uno squarcio è ancora tutto da vedere. E c’è chi definisce pura fantasia l’idea che il movimento MAGA si sia frammentato. “Per quasi un decennio Trump ha messo alla prova i limiti della sua influenza. Ha superato scandali che avrebbero divorato la maggior parte dei politici. Due impeachment, condanne penali, una lunga serie di controversie, tra cui la sua stretta e duratura amicizia con l’ideatore di una rete mondiale di traffico sessuale, il famigerato pedofilo Jeffrey Epstein. In tutto questo, il movimento MAGA ha, se possibile, rafforzato ulteriormente il suo affetto per Trump”, osserva Andrew Mitrovica sulle colonne di Al Jazeera, secondo cui “l’idea che una disputa fraterna sulla politica estera possa spezzare un legame forte come una morsa è assurda. Quel legame è fatto di emozioni. È viscerale”. Se è vero che il dissenso non è sinonimo di ribellione, di certo però la rottura di Kent non poteva arrivare in un momento peggiore: nonostante la meticolosa decapitazione dei vertici iraniani, che nelle ultime 48 ore ha portato all’uccisione del potentissimo Ali Larijani, l’impressione è che la guerra non stia andando come previsto. La chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente blocco delle petroliere sta provocando aumenti del prezzo del carburante anche negli Usa, preoccupando gli elettori americani. E i repubblicani temono che gli indici di gradimento di Trump, già molto bassi, possano ulteriormente calare in vista delle elezioni di metà mandato. Soprattutto se il numero delle vittime militari e civili dovesse aumentare e la guerra continuasse a colpire l’economia globale. Più che la spaccatura nel mondo MAGA, a quel punto, sarebbero le ripercussioni del conflitto sulla vita reale che potrebbero presentare il conto a Trump e ai repubblicani, a novembre.
Il commento
Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Il dato politico delle dimissioni di Joe Kent è più importante della sua rilevanza istituzionale. Kent viene dal mondo MAGA, ha cercato in due occasioni di essere eletto al Congresso ed è espressione di quella parte delle forze armate attratta dalle promesse di Trump di utilizzare con più parsimonia lo strumento militare. La sua ‘defezione’ segnala insomma un malessere che, se consolidato ed espanso, potrebbe avere rilevanti conseguenze politiche ed elettorali. E ci mostra, secondo punto, una insofferenza crescente e politicamente trasversale verso la relazione speciale con Israele. Insofferenza, questa, che talora rischia di tracimare in un antisemitismo che ha radici profonde nella storia e nella cultura della Destra statunitense, ma che segnala anche un cambiamento profondo nell’attitudine di una parte ampia se non maggioritaria dell’elettorato statunitense nei confronti dello storico alleato israeliano”.
Alessia De Luca

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