
Le immagini e le tensioni esplose ieri attorno ai comportamenti palesemente provocatori di Ben Gvir hanno prodotto l’ennesimo cortocircuito politico e mediatico internazionale nei confronti di Israele, al punto da far sorgere più di un dubbio sulla reale utilità politica di certe uscite del ministro israeliano. Ormai il problema non è più soltanto militare o strategico. È anche comunicativo, diplomatico e perfino psicologico. Israele continua a muoversi come una nazione assediata militarmente, ma comunica ancora come se il mondo occidentale fosse automaticamente disposto a comprenderne ogni reazione. Purtroppo non è più così da tempo.
Il risultato è evidente. Ogni episodio controverso si trasforma immediatamente in una valanga globale di accuse, proteste, provocazioni, condanne e isolamento politico, spesso senza alcuna analisi seria del contesto regionale nel quale Israele vive da oltre quarant’anni. Un contesto fatto di guerre ibride, terrorismo, proxy iraniani, infiltrazioni, missili, attentati e destabilizzazione permanente.
Il problema è che gran parte dell’opinione pubblica occidentale osserva Gaza, il Libano o la Cisgiordania come crisi isolate, mentre Israele ragiona in termini di sopravvivenza strategica regionale. Sono due piani completamente diversi che ormai non si incontrano quasi più.
Ben Gvir, piaccia o meno, rappresenta anche il prodotto di questo clima. Una parte crescente della società israeliana vive nella convinzione, non del tutto infondata, che il mondo abbia smesso di comprendere cosa significhi vivere da decenni con sirene, rifugi, razzi e milizie armate ai propri confini. Ma trasformare questa percezione in provocazione politica e mediatica continua produce un effetto devastante sul piano internazionale. Israele appare sempre più come una potenza reattiva e nervosa, incapace di costruire consenso diplomatico attorno alle proprie ragioni strategiche.
Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è poi il rapporto ormai ambiguo e conflittuale tra Netanyahu e Trump.
Da tempo i due stanno conducendo una sorta di guerra ibrida parallela contro il regime iraniano, ma con obiettivi profondamente diversi. Netanyahu ragiona in termini esistenziali. Per Israele l’Iran non è un semplice concorrente geopolitico. È una minaccia strategica permanente, ideologica e militare. L’intera architettura proxy iraniana, da Hamas a Hezbollah fino agli Houthi e alle milizie sciite regionali, viene percepita da Gerusalemme, non senza ragioni, come una cintura di strangolamento progressivo.
Trump invece guarda l’Iran da una prospettiva radicalmente americana e soprattutto economica. Dietro la retorica muscolare resta l’ossessione tipica dell’imprenditore americano: energia, controllo delle rotte commerciali, influenza monetaria e riequilibrio della potenza globale statunitense. Washington oggi teme soprattutto una cosa: perdere definitivamente centralità nello scacchiere mondiale davanti all’asse economico emergente tra Cina, BRICS e nuove aree di influenza finanziaria alternative al dollaro.
Per questo Trump alterna minacce, aperture, pressioni e improvvisi cambi di tono verso Teheran. Non ragiona come Israele. Non combatte una guerra esistenziale. Combatte una guerra per la sopravvivenza dell’egemonia americana.
Ed è proprio qui che iniziano le frizioni sempre più evidenti con Netanyahu. Israele vorrebbe una neutralizzazione definitiva della minaccia iraniana. Trump invece sembra voler usare l’Iran come leva negoziale globale, energetica e strategica. Due visioni che possono convivere tatticamente, ma che sul lungo periodo rischiano di diventare incompatibili.
La domanda finale allora diventa inevitabile.
Quale dovrebbe essere oggi una strategia israeliana realmente efficace? Perché al di là del tifo da social o delle semplificazioni ideologiche, qui c’è una nazione che si interroga concretamente sul proprio futuro, sempre più isolata e con interlocutori internazionali sempre meno affidabili.
A mio avviso Israele dovrebbe innanzitutto smettere di regalare al mondo immagini e dichiarazioni inutilmente provocatorie che distruggono qualunque residuo capitale diplomatico. Uno Stato assediato non può permettersi il lusso della comunicazione ideologica permanente.
Secondo: dovrebbe separare nettamente la questione palestinese da quella iraniana. Continuare a sovrapporle strategicamente rischia soltanto di amplificare il caos invece di isolare il vero centro di potere destabilizzante regionale che Israele individua a Teheran.
Terzo: dovrebbe investire enormemente nella costruzione di un fronte regionale anti iraniano pragmatico insieme a parte del mondo sunnita moderato, evitando di trasformare ogni crisi in una guerra emotiva globale.
Infine resta il rapporto con Washington. Israele continua a dipendere militarmente, economicamente e diplomaticamente dagli Stati Uniti. Ma la realtà è che l’America di oggi non è più quella di vent’anni fa. È una superpotenza economicamente stressata, politicamente polarizzata e strategicamente preoccupata dal proprio declino relativo.
Finché alla Casa Bianca siederà un uomo come Trump, convinto che ogni alleanza debba produrre un vantaggio economico immediato per gli Stati Uniti, Israele dovrà probabilmente prepararsi ad una fase molto più instabile del rapporto con Washington. Perché per Trump gli alleati non sono mai davvero amici. Sono strumenti temporanei dentro una gigantesca trattativa globale.
E in questo scenario il rischio più grande per Israele non è soltanto l’Iran. È ritrovarsi progressivamente isolato mentre il mondo cambia velocemente attorno a lui.
Piero Terracina

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