
Negli ultimi mesi il dibattito internazionale sul conflitto israelo palestinese sembra essersi trasformato in un gigantesco processo mediatico. Ogni giorno vengono diffuse accuse sempre più gravi, rilanciate da organizzazioni internazionali, media e commentatori come se fossero già verità acquisite. Ma una democrazia si fonda sui fatti, non sulle suggestioni.
Israele viene descritto come l’unico responsabile della tragedia di Gaza, mentre il contesto che ha portato a questa guerra viene sistematicamente rimosso. Si dimentica che Israele non combatte contro uno Stato confinante, ma contro una rete di organizzazioni armate sostenute dall’Iran: Hamas, Hezbollah, gli Houthi e numerose milizie sciite che da anni dichiarano apertamente di voler eliminare lo Stato ebraico.
Questa non è propaganda israeliana. È la realtà geopolitica del Medio Oriente.
Dal 7 ottobre 2023 Israele combatte una guerra che considera esistenziale. Nessun Paese occidentale accetterebbe di convivere con migliaia di razzi, attentati, rapimenti e organizzazioni terroristiche schierate ai propri confini con l’obiettivo dichiarato di cancellarlo dalla carta geografica.
Le vittime civili rappresentano una tragedia immensa e ogni morte innocente merita rispetto, dolore e accertamenti rigorosi. Ma proprio perché si tratta di accuse gravissime, è indispensabile distinguere tra fatti dimostrati e affermazioni ancora controverse.
Per mesi abbiamo assistito alla diffusione di numeri impressionanti, spesso presentati come se fossero ormai incontestabili. Si parla di 20.000 bambini uccisi deliberatamente dall’IDF e di fosse comuni dalle proporzioni gigantesche. La realtà è molto più complessa.
Quelle cifre derivano in larga parte dai dati forniti dal Ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, e non sono state validate in maniera indipendente. Israele contesta radicalmente sia i numeri sia la metodologia con cui vengono elaborati, sostenendo che non distinguano tra civili e combattenti, ignorino il ricorso sistematico agli scudi umani e trascurino il contesto operativo in cui si svolgono i combattimenti.
Lo stesso vale per le presunte fosse comuni. Non sono mai emerse prove di fosse comuni contenenti decine di migliaia di vittime, come spesso il dibattito pubblico lascia intendere. Se davvero fosse avvenuto un massacro di tali proporzioni, con decine di migliaia di bambini deliberatamente uccisi, esisterebbero riscontri forensi inequivocabili, immagini satellitari, indagini internazionali definitive e prove materiali difficilmente contestabili. Nulla di tutto questo è stato dimostrato in modo conclusivo.
Esistono accuse. Esistono rapporti. Esistono stime. Ma una cosa sono le accuse, un’altra sono i fatti definitivamente accertati.
Nel frattempo il dibattito pubblico sembra aver individuato in Benjamin Netanyahu il responsabile assoluto di ogni male del Medio Oriente. È perfettamente legittimo criticarne le scelte politiche, la strategia militare o la conduzione del governo. Fa parte del confronto democratico.
Ma immaginare che la sua uscita di scena farebbe improvvisamente sparire Hamas, Hezbollah, gli Houthi o il progetto strategico dei Pasdaran significa ignorare completamente la natura del conflitto.
Il problema non nasce con Netanyahu e non finirà con Netanyahu.
Oggi Israele continua a essere circondato da forze proxy iraniane che, con intensità diverse, perseguono lo stesso obiettivo: logorare, isolare e, se possibile, eliminare lo Stato di Israele. In una situazione di questo tipo la coesione nazionale diventa un elemento fondamentale della sicurezza del Paese.
Che piaccia o no ai suoi avversari politici, Netanyahu rappresenta oggi uno dei principali punti di riferimento di quella coesione. Pensare che la sua eliminazione politica possa risolvere il conflitto significa confondere gli effetti con le cause.
Esiste infine un fatto che non può essere ignorato.
In una parte del dibattito occidentale la critica al governo israeliano ha spesso superato il confine della critica politica, trasformandosi nella delegittimazione dello Stato ebraico stesso. Israele viene giudicato con criteri che raramente vengono applicati ad altri Paesi coinvolti in guerre urbane contro organizzazioni terroristiche.
È una deriva pericolosa, perché la pace non si costruisce deformando la realtà, selezionando soltanto i fatti utili a sostenere una tesi o trasformando accuse ancora controverse in sentenze definitive. La pace potrà nascere soltanto quando si avrà il coraggio di guardare l’intero quadro: un Paese democratico che combatte per la propria sopravvivenza, una rete di organizzazioni armate sostenute dall’Iran che ne rivendicano apertamente la distruzione e una comunità internazionale che troppo spesso preferisce raccontare una realtà semplificata piuttosto che affrontarne tutta la complessità. Per comprendere davvero ciò che accade in Medio Oriente serve meno propaganda, meno slogan e molta più onestà intellettuale.
Se anche così non riuscite a comprendere, chiedete pure: posdso realizzare disegnini esplicativi.
Piero Terracina

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