
La storia ebraica ha un senso dell’ironia piuttosto feroce. Una delle sue feste più rumorose, Purim, nasce da un gesto apparentemente banale: qualcuno lancia dei dadi. Nel racconto della Meghillat Ester, ambientato nella Persia del V secolo ac , il potente ministro Haman decide di sterminare gli ebrei dell’impero. Non prepara una campagna militare, non convoca strateghi: lancia i pur, i dadi, per stabilire il giorno del massacro. Da quel gesto deriva il nome stesso della festa. Gli ebrei dell’impero persiano sono una minoranza dispersa, senza esercito, senza sovranità, senza potere politico. Il decreto di Haman è quindi perfettamente plausibile. In un impero assoluto una decisione di corte può cancellare un popolo. Poi la storia si piega. Ester, giovane ebrea diventata regina di Persia, rivela la propria identità al re e smaschera il complotto. Il destino cambia direzione. Haman finisce impiccato alla forca che aveva costruito per il suo rivale Mordechai. Il decreto non può essere formalmente cancellato ma viene neutralizzato: agli ebrei viene concesso di difendersi. Purim celebra questo capovolgimento improvviso della storia. Per questo la festa è quasi sovversiva. Durante la lettura della Meghillà il nome di Haman viene coperto dal rumore delle raganelle, ci si maschera, si scambiano dolci, si beve più del solito. È la memoria di una minaccia esistenziale raccontata come una commedia nera. Dietro il tono ironico c’è però una filosofia politica molto seria: nella storia ebraica il destino non procede mai in linea retta, a volte sembra deciso e poi improvvisamente cambia direzione. È difficile non pensare a questo mentre Israele affronta uno dei momenti più delicati della sua storia recente, il confronto diretto con l’Iran. Nelle ultime ore Israele ha continuato con nuove ondate di raid contro obiettivi militari e di sicurezza iraniani mentre il confronto si è allargato anche al Libano e al Golfo, segno che il conflitto non è più una guerra ombra ma uno scontro strategico apertamente regionale. L’Iran ha risposto cercando di spostare il teatro della crisi verso le basi occidentali nel Golfo e verso le rotte energetiche globali, una strategia che mira a trasformare una guerra bilaterale in un problema mondiale. Il vero punto sensibile è lo stretto di Hormuz. Non è solo un corridoio marittimo: è la valvola energetica del pianeta. Se il traffico si blocca o diventa troppo rischioso, milioni di barili di petrolio al giorno spariscono dal mercato in tempi brevissimi e il conflitto locale diventa immediatamente una crisi economica globale. È una leva che Teheran conosce perfettamente e che usa per spostare il costo della guerra su tutto il sistema internazionale. In Israele, intanto, la politica interna si muove con una logica quasi opposta a quella europea. Il confronto con l’Iran non è visto come un normale conflitto geopolitico ma come una questione esistenziale. Per questo esiste un consenso molto largo sul fatto che un Iran nucleare sia inaccettabile. Benjamin Netanyahu presenta la guerra come una scelta obbligata: fermare Teheran prima che raggiunga la soglia nucleare. Ma dentro Israele il consenso sulla minaccia non coincide con il consenso sulla leadership. L’opposizione, da Yair Lapid a Benny Gantz fino a Naftali Bennett, sostiene l’operazione militare ma allo stesso tempo teme che Netanyahu abbia fuso due battaglie diverse: la sicurezza dello Stato e la propria sopravvivenza politica. In guerra il leader contestato diventa il comandante della nazione e le crisi giudiziarie o parlamentari passano in secondo piano. È una dinamica antica quanto la politica. Il problema è che una guerra con l’Iran non è una guerra tradizionale. Non esiste un obiettivo semplice come la conquista di un territorio o la distruzione di un esercito. L’obiettivo reale è impedire che Teheran diventi una potenza nucleare e ridurre la capacità regionale delle sue reti militari. Ma distruggere un programma nucleare distribuito e protetto è immensamente più difficile che colpire una singola installazione. E anche un successo militare non risolve automaticamente la questione politica. L’Iran è uno Stato complesso con un apparato militare potente, una popolazione numerosa e una rete di alleanze regionali costruita in decenni. Colpire infrastrutture o leadership può indebolire il regime ma non garantisce il suo collasso. Anzi, in molti casi la pressione esterna tende a rafforzare le strutture più radicali del sistema. È qui che il parallelo con Purim torna sorprendentemente attuale. La Meghillat Ester racconta una verità semplice: la storia può sembrare già scritta e poi cambiare all’improvviso. Nel Medio Oriente contemporaneo questo principio vale ancora. Oggi la regione sembra avviata verso un’escalation tra Israele e Iran, con il rischio di trascinare dentro il conflitto gli Stati Uniti e gli equilibri energetici globali. Domani potrebbe emergere un equilibrio inatteso oppure un conflitto molto più ampio. In fondo la storia del Medio Oriente, come quella raccontata a Purim, è fatta di maschere, rovesciamenti e momenti in cui il destino sembra deciso finché qualcuno, da qualche parte, cambia la partita.
Nico Kir

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