
All’indomani di un voto cruciale per il futuro di Israele, lo spoglio ancora in corso non consegna un vincitore. Il blocco del primo ministro Benjamin Netanyahu si attesta a 53 seggi su 120, quello guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot a 48, con poco più dell’85% dei voti conteggiati. I partiti arabi ne totalizzano 19. Nessuno dei due schieramenti raggiunge la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare, ma entrambi rivendicano la vittoria. “La vecchia era è finita e Israele sta iniziando una nuova era”, ha detto Eisenkot ai sostenitori riuniti nella sede del suo partito, Yashar!. Netanyahu ha replicato che il Likud è il primo partito, che “nessuno può competere con noi” e che il blocco di destra ha “una maggioranza decisiva”. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Si tratta infatti delle prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023, il più grave fallimento di sicurezza nella storia del Paese, e dopo le guerre a Gaza, in Libano e contro l’Iran. E il voto era considerato un referendum sull’operato del premier: Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia e ha chiesto la grazia senza ottenerla, ha respinto la richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre e la sua coalizione si è divisa più volte sulla leva degli ultraortodossi. Gli israeliani hanno risposto presentandosi alle urne in massa: secondo la Commissione elettorale centrale ha votato il 77,7% degli aventi diritto, l’affluenza più alta dal 1999. È, per ora, l’unico dato certo.

Cosa succede ora
La maggior parte delle schede sarà scrutinata entro oggi ma il conteggio finale potrebbe protrarsi fino a venerdì. Restano infatti da contare circa 600.000 voti in “doppia busta”, l’equivalente di circa 15 seggi, espressi da elettori che non potevano recarsi al proprio seggio: in gran parte soldati e riservisti, ma anche detenuti e ricoverati. Storicamente questi voti premiano poco i partiti arabi e ultraortodossi, e in passato hanno favorito il primo ministro in carica. Una volta completato il conteggio e assegnata a ciascun partito la propria quota dei 120 seggi, il presidente Isaac Herzog terrà delle consultazioni con i funzionari dei partiti per stabilire chi “raccomandano” di incaricare per la formazione del governo: non si tratta necessariamente del leader della fazione più numerosa, ma di chiunque sia ritenuto avere le migliori possibilità di formare una coalizione di governo. Una volta affidato il mandato, il premier in pectore ha 28 giorni di tempo, con la possibilità di una proroga di 14 giorni, per negoziare i termini di un’eventuale coalizione. In caso di insuccesso, il presidente invita una seconda persona a tentare l’impresa entro 28 giorni, senza possibilità di proroga. Qualora anche questo tentativo fallisca, il presidente può concedere alla Knesset 21 giorni per trovare una maggioranza assoluta di parlamentari disposti a sostenere un terzo candidato, il quale avrà poi 14 giorni per formare un governo. In caso contrario, il parlamento viene sciolto e si indicono nuove elezioni.
Partiti arabi l’ago della bilancia?
La novità vera del voto sta fuori dai due blocchi principali. I partiti a guida araba, infatti, hanno registrato un record di preferenze – totalizzate grazie a un’affluenza senza precedenti – che gli varrà almeno 19 seggi alla Knesset, confermandosi potenziali arbitri della futura legislatura. Durante la giornata del voto Netanyahu e i suoi alleati avevano richiamato i propri elettori alle urne agitando lo spauracchio della crescita del voto dei palestinesi con cittadinanza israeliana. A spoglio avviato, Ra’am, la Lista araba unita, ha rivendicato di aver “mandato il governo fascista di destra nella pattumiera della storia”. Sommati con i seggi del blocco di Eisenkot, si potrebbe arrivare a una maggioranza. Ma il capofila dell’opposizione ha posto ai potenziali alleati condizioni come il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e di Hamas come organizzazione terroristica – condizioni che la maggior parte dei deputati palestinesi d’Israele difficilmente potrà accettare. Tra Yashar! e gli altri partiti di opposizione ebraici, finora solo Yair Golan, leader dei Democratici, ha aperto uno spiraglio: “Non dobbiamo più accettare la divisione razzista di Netanyahu tra voti ebraici e voti arabi – ha scritto su X – Abbiamo l’opportunità di formare un governo di cambiamento in collaborazione con i cittadini arabi di Israele. Un governo che sarà al servizio di tutti i cittadini israeliani”. Ma le altre formazioni di opposizione, guidate da Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, hanno escluso a priori un governo che intraprenda questa strada.
Netanyahu non è sconfitto
Se il voto era un referendum su Netanyahu, il verdetto è meno netto di quanto l’opposizione abbia proclamato a urne appena chiuse. Il blocco di governo, che nel 2022 aveva ottenuto 64 seggi, ne perderà almeno una decina. Ma il Likud sembra aver tenuto, e lo spoglio ancora in corso ha per ora corretto gli exit poll, inizialmente sfavorevoli al premier. David Horovitz, fondatore del Times of Israel, ha richiamato il 1996: Shimon Peres andò a dormire convinto di aver vinto e si svegliò battuto da Netanyahu per meno di 30.000 voti. Il precedente più istruttivo, però, è più recente. Tra il 2019 e il 2021 quattro elezioni consecutive consegnarono maggioranze contrarie a Netanyahu senza mai tradursi nella sua uscita di scena. I partiti sionisti di opposizione rifiutavano di governare con quelli arabi; quando infine lo fecero, il governo durò un anno. Oggi lo schema si ripete. Per sostituirlo, Eisenkot dovrebbe cambiare posizione e convincere Bennett e Lieberman a rompere la promessa di non allearsi con le liste arabe. Intanto il tempo lavora per chi è già in carica. Il governo di transizione conserva gli stessi poteri formali di un esecutivo nella pienezza delle funzioni, compresa l’autorizzazione di un’azione militare. La notte elettorale ha mostrato come il premier uscente intenda usarli. Israele, ha detto, ha davanti “un’opportunità storica e irripetibile, insieme al nostro partner, il presidente Trump, di eliminare una volta per tutte la minaccia esistenziale dell’Iran”. Diversi analisti oggi osservano che una nuova guerra potrebbe diventare la leva per chiedere un governo di unità sotto la sua guida. Così, anche se i voti dell’opposizione superano quelli del governo uscente, Netanyahu potrebbe avercela fatta di nuovo.
Il commento
di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor
“Dal 7 Ottobre 2023 una delle principali cause d’instabilità nel Levante mediorientale è diventato il militarismo israeliano: l’aspirazione all’egemonia attraverso il potere delle armi, a volte dell’occupazione territoriale, a Gaza e Cisgiordania, nel Sud di Libano e Siria, in Iran, nei bombardamenti di quattro capitali arabe. Il successo elettorale di Eisenkot e del fronte del cambiamento avrebbe offerto la speranza di un predominio della diplomazia? Forse. Ma il vincitore delle elezioni è Netanyahu, il regista di quell’egemonia e dell’uso della forza. È molto probabile che sarà lui a formare un nuovo esecutivo a Gerusalemme ed è ugualmente probabile che quei comportamenti d’Israele non cambieranno. Il grande successo senza precedenti delle liste arabe avrà un impatto importante sugli equilibri interni d’Israele, non sulla sua proiezione nella regione. Almeno per un lungo periodo.”
Alessia De Luca

Lascia un commento