
Il 30 ottobre non sarà una piazza qualunque. Dopo mesi di silenzi e di parole sospese, la manifestazione a favore di Israele nasce come una risposta chiara e netta degli italiani contro una posizione ideologica che la sinistra e il principale sindacato del Paese hanno elevato a dogma. È la voce di chi non accetta più che la prudenza diventi complicità e che l’ideologia venga usata come lente deformante per leggere la realtà.
Non è una piazza di rabbia, ma di coscienza. È il suono del silenzio che si rompe, il momento in cui la voce di chi ha taciuto troppo a lungo trova spazio e dignità. In mezzo al rumore sterile della propaganda, questa piazza vuole ricordare che la solidarietà non è moda, ma scelta morale. E che Israele non è un pretesto ideologico, ma un presidio di libertà in un mondo che si piega sempre più facilmente al ricatto della paura.
Scenderanno in strada cittadini, associazioni, comunità e semplici persone che credono ancora nel diritto di difendersi, di esistere, di chiamare le cose con il loro nome. Non per provocare, ma per affermare che la democrazia non è un concetto da manuale, ma una pratica che si esercita, anche quando costa.
Le critiche arriveranno, inevitabili. C’è chi parlerà di propaganda, chi di opportunismo, chi tenterà di ridurre tutto a un gesto politico di parte. Ma chi sarà in quella piazza sa che la vera parte, oggi, è quella della verità. E che il silenzio, se non è meditazione, diventa abdicazione.
Il 30 ottobre sarà il giorno in cui l’Italia farà sentire il suono del suo silenzio rotto. Una voce non gridata, ma ferma, che dirà a se stessa e al mondo da che parte sta. Perché in certi momenti non parlare è un lusso che una democrazia non può permettersi.
Piero Terracina

Gli ebrei tornano a essere perseguitati nel mondo. Vengono zittiti nelle scuole e nelle università, aggrediti nei luoghi pubblici. Nelle manifestazioni i genitori portano i bambini a urlare gli slogan del terrorismo jihadista per cacciare gli ebrei dal loro paese.
Dal 7 ottobre sono stati segnalati in Italia 733 atti di antisemitismo. Uno al giorno! In un recente sondaggio SWG il 15% degli intervistati giustifica aggressioni verso gli ebrei.
Leader politici e sindacali cavalcano l’onda d’odio esplosa in piazze, atenei, autogrill, aeroporti, negli eventi sportivi, nei festival culturali. Giornalisti, intellettuali e opinion leader si sentono liberi di dire senza pudore ciò che la retorica della memoria teneva nascosto.
Dobbiamo reagire prima che sia troppo tardi. A testa alta con gli ebrei
Hanno aderito più di 30 tra comunità, associazioni, testate giornalistiche!
www.setteottobre.com

Lascia un commento