
L’escalation tra Israele e Hamas va avanti ormai da quasi due settimane, e sembra sempre più evidente che i principali attori regionali e internazionali potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nell’esplorazione di potenziali soluzioni alla crisi. Tuttavia, è difficile immaginare quale attore sia nella posizione migliore per interpretare un ruolo del genere. La recente visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Israele, pur significativa nell’esprimere solidarietà al Paese, ha contribuito alla crescente percezione che la politica israelo-palestinese degli Stati Uniti sia unilaterale. Allo stesso modo, la posizione dell’Unione Europea è complessa, combattuta tra la solidarietà che i principali funzionari dell’UE hanno dimostrato nei confronti di Israele e una pluralità di posizioni diverse assunte da vari Stati membri. Da allora, le risposte di Russia e Cina all’attacco del 7 ottobre hanno suscitato polemiche. Mosca si è astenuta dal condannare Hamas, il che sembra indicare che le relazioni bilaterali con Israele, tradizionalmente buone, stanno attraversando una battuta d’arresto. La Cina, dal canto suo, non sembra interessata, almeno per ora, a svolgere un ruolo nella risoluzione della guerra, astenendosi dal mediare tra le parti contrapposte. Invece, sia Mosca che Pechino sembrano intenzionate a sfruttare la crisi come un’altra opportunità per criticare le politiche statunitensi e posizionarsi come oppositori dell’”incoerenza e ipocrisia occidentale”, con la speranza di raccogliere ulteriori simpatie nel mondo arabo.
Gli esperti della rete Ispi discutono della risposta internazionale all’escalation tra Israele e Hamas.

Per gli Stati Uniti l’alleanza strategica con Israele è assicurata, ma l’occupazione di Gaza deve essere evitata
“Il presidente Biden, paragonando Israele a una democrazia simile agli Stati Uniti, sottolinea la sua convinzione che Israele segua lo “stato di diritto” piuttosto che le tattiche terroristiche. Questa narrazione presenta il conflitto come una lotta tra valori democratici ed estremismo, in particolare con entità come Hamas. Il Presidente intende sottolineare il diritto di Israele all’autodifesa e come la lotta contro Hamas sia una causa che dovrebbe essere sostenuta dal mondo occidentale nel suo complesso, andando oltre gli interessi degli Stati Uniti. Inoltre, l’espressione di disappunto di Biden per le azioni degli Stati Uniti dopo l’11 settembre in Iraq, riconoscendo che sono stati commessi degli errori, suggerisce che egli sconsiglia un’occupazione di Gaza. Una mossa del genere potrebbe ostacolare il percorso verso uno Stato palestinese e, a sua volta, collocare Israele nel ruolo di prendersi cura dei palestinesi a Gaza, una responsabilità che ha spesso trascurato. Occupare Gaza potrebbe provocare critiche significative da parte dell’opinione pubblica e influenzare il rapporto degli Stati Uniti con Israele, rendendo più difficile giustificare i futuri impegni statunitensi davanti al Congresso e al pubblico americano”.
Alissa Pavia , Direttore Associato, Programma Nord Africa, Consiglio Atlantico
L’UE deve rendersi conto che il paradigma di Oslo ha fallito e andare avanti
“Mentre si affrettano a rispondere alle tragiche conseguenze dell’offensiva a sorpresa di Hamas, i governi europei devono iniziare a pianificare il futuro. Ma ora più che mai non può e non deve esserci un ritorno a come erano prima. La violenza in corso è la manifestazione più orribile del collasso del paradigma di Oslo, che ha guidato la diplomazia internazionale per trent’anni. Sottolinea inoltre i pericoli della strategia israeliana di fare la pace con il mondo arabo aggirando i palestinesi – strategia che gli europei hanno fortemente sostenuto. Guardando al futuro, l’Europa deve impegnarsi in una nuova riflessione su come rilanciare al meglio un percorso diplomatico credibile per fornire a Gaza un futuro dignitoso e garantire pace e sicurezza sostenibili sia per israeliani che per palestinesi”.
Hugh Lovatt , Senior Policy Fellow, Programma Medio Oriente e Nord Africa, ECFR
La Russia cerca di trarre profitto dall’escalation Israele-Hamas
“Non che Mosca non sia abituata a destreggiarsi tra posizioni diverse quando si tratta di affari mediorientali, dato che ‘si vanta’ di essere una delle poche potenze internazionali a dialogare con ogni parte delle numerose controversie della regione, ma gli ultimi eventi in Israele-Palestina stanno mettendo a dura prova la diplomazia del Cremlino. Da un lato, i russi devono salvaguardare i rapporti con Tel Aviv, un partner a cui non possono rinunciare, soprattutto per gli sforzi di coordinamento militare in Siria. Dall’altro, non devono adottare una posizione troppo dura contro Hamas, in parte a causa della loro posizione tradizionale nei confronti del gruppo, ma soprattutto a causa del legame di quest’ultimo con Teheran, uno dei principali partner militari di Mosca in questo momento. Pertanto, le probabilità che la Russia prenda seriamente in considerazione un ruolo di mediazione nel conflitto attuale sono basse. La cosa migliore che la Russia può fare in questo momento è sfruttare la crisi per alimentare narrazioni anti-americane, sostenendo che la situazione attuale è il risultato di anni di politica americana sbagliata”.
Chiara Lovotti , Assegnista di ricerca e Coordinatore scientifico MED Dialogues, ISPI
La visione geopolitica della Cina sul conflitto
“La posizione della Cina sull’attuale guerra tra Israele e Hamas è complicata dai diversi livelli attraverso i quali può essere compresa. Per prima cosa, Pechino accoglierebbe con favore la possibilità di fungere da mediatore e di contribuire a mediare un cessate il fuoco, aumentando così il suo prestigio, soprattutto dopo aver mediato l’accordo Arabia Saudita-Iran all’inizio di quest’anno. Tuttavia, le prospettive della Cina sono compromesse dalla percezione israeliana del passato sostegno cinese alla causa e alla lotta dei palestinesi. Ciò nonostante lo scambio economico tra Cina e Israele sia più ampio di quello tra palestinesi e Cina. Inoltre, Pechino probabilmente vede il conflitto attraverso lenti regionali e geopolitiche. Vuole rafforzare il suo sostegno nel più ampio mondo arabo, indignato dagli attacchi israeliani a Gaza e posizionarsi contro il principale alleato di Israele: gli Stati Uniti”.
a cura di Ispi

L’ordine geopolitico del Medio Oriente tramite l’accordo con l’Arabia Saudita promosso da Biden al recente G20, a seguire gli “Accordi di Abramo” disegnano un’area sunnita Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Turchia che si contrappone all’area sciita Siria Iraq, Iran,
mentre i rapporti fra Israele e la Cisgiordania è regolata dall’Accordo di Oslo e tra Israele e il Libano dall’Accordo del un commerciale, petrolifero e finanziario, mentre i Terroristi di Hamas ed Hezbollah sono legati all’IRAN, nemico di Israele.