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Israele-Hamas: il giorno della tregua 

Primo giorno di cessate il fuoco e rilascio di 13 ostaggi, ma la tregua tra Israele e Hamas è appesa a un filo.

di Istituto Ispi | 25 Novembre 2023

Dopo quasi sette settimane di conflitto, il primo cessate il fuoco temporaneo tra Israele e Hamas è iniziato questa mattina alle 7 ora locale. Per la prima volta da giorni né droni né jet militari hanno sorvolato la Striscia di Gaza, dove la popolazione è uscita di casa senza il timore di essere colpita. Dopo 48 giorni di combattimenti senza sosta, la tregua mediata dal Qatar ha portato al primo sviluppo positivo anche nella crisi degli ostaggi israeliani, circa 240 persone tra cui donne, anziani e bambini, la cui cattura ha amplificato il profondo trauma inferto agli israeliani con l’attacco dello scorso 7 ottobre da parte di Hamas. Oggi infatti 13 ostaggi – un primo gruppo, come previsto dall’intesa – sono stati consegnati nelle mani della Croce Rossa internazionale e riportati alle loro famiglie in Israele. Gli ostaggi, le cui identità non sono state diffuse e di cui non si conosce lo stato di salute sono usciti dalla Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, in territorio egiziano, e da qui riportati in Israele con elicotteri militari. L’attesa per il loro rilascio e per la sorte degli altri prigionieri ancora nelle mani delle milizie islamiste tiene da settimane l’intero paese con il fiato sospeso. Separatamente dall’accordo tra Israele e Hamas anche 12 cittadini thailandesi tenuti in ostaggio da Hamas a Gaza sono stati rilasciati oggi. 

Impegni alterni per blindare l’intesa? 

L’accordo tra Israele e Hamas è stato strutturato in modo tale che entrambe le parti debbano rispettare una sequenza di impegni: il cessate il fuoco, la consegna degli aiuti, la liberazione gli ostaggi e quella dei detenuti, hanno spiegato fonti vicine al negoziato. Questa sequenza dovrà essere ripetuta ogni giorno affinché il cessate il fuoco duri. Mentre i 13 ostaggi venivano consegnati da Hamas alla Croce Rossa, infatti, 39 prigionieri palestinesi, rilasciati dalla prigione di Ofer venivano liberati e riportati in Cisgiordania. I prigionieri sono stati scelti da una lista di 300 donne e giovani compilata da Israele, accusati di una serie di reati, dal lancio di pietre al tentato omicidio. La stragrande maggioranza di loro si trovava in detenzione amministrativa e non era stata sottoposta a processo. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che il numero dei palestinesi trattenuti senza accusa nelle carceri israeliane è aumentato vertiginosamente dopo gli attacchi del 7 ottobre. Ieri l’esercito israeliano ha arrestato Mohammad Abu Salmiya, direttore dell’ospedale al-Shifa di Gaza, sostenendo che durante la sua direzione la struttura sarebbe stata usata da Hamas come “centro di comando”. 

Vietato tornare a nord? 

Come parte dell’intesa, Israele ha accettato anche di consentire l’ingresso degli aiuti di beni essenziali nella Striscia assediata. I circa 2,3 milioni di palestinesi che la abitano infatti sono ormai allo stremo e hanno bisogno di tutto: cibo, acqua, medicine e carburante, poiché Israele ha consentito che solo una piccolissima quantità di aiuti entrassero a Gaza dall’inizio dell’offensiva. Questa mattina, prima dell’inizio della tregua, le forze armate israeliane hanno lanciato migliaia di volantini nel sud della Striscia in cui avvisavano i civili di non approfittare della sospensione delle ostilità per cercare di ritornare alle proprie case nel nord della Striscia che – hanno sottolineato – rimane una “zona di guerra”. E secondo diverse agenzie di stampa almeno due palestinesi sono rimasti uccisi e una decina feriti, dopo essere stati colpiti da colpi d’artiglieria israeliana mentre cercavano di dirigersi verso il nord della Striscia. Senza contare – osserva l’Associated Press – che quasi due mesi di offensiva israeliana hanno trasformato l’area: “Interi quartieri sono stati cancellati. Case, scuole e ospedali sono stati colpiti da attacchi aerei e bruciati dal fuoco dei carri armati. Alcuni edifici sono ancora in piedi, ma la maggior parte sono gusci malconci. Un paesaggio lunare – scrive l’AP – che molti temono rimarrà inabitabile”. 

Solo una pausa? 

La tregua, stabilita per una durata di quattro giorni, “non significa la fine della guerra” hanno ribadito le due parti in lotta. Ma sono in molti a sperare che la pausa determini le condizioni per una sospensione più duratura nelle violenze. In base all’accordo, tra oggi e lunedì sera, Hamas libererà almeno 50 degli oltre 240 ostaggi, per lo più israeliani, detenuti dal 7 ottobre. In cambio Israele rilascerà almeno 150 prigionieri palestinesi e consentirà l’ingresso di almeno 300 camion di aiuti umanitari. La tregua prevede possibilità di rinnovo e verrà aggiunto un giorno in più di cessate il fuoco ogni 10 ulteriori ostaggi rilasciati da Hamas. Il tutto per un massimo di 10 giorni. 

Sul ‘dopo’, infatti, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato chiaro: lo stop ai combattimenti sarà temporaneo e non porrà fine alla campagna per distruggere Hamas . E oggi il ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha dichiarato che, una volta terminata la tregua, l’esercito riprenderà i combattimenti “con intensità” per almeno altri due mesi. 

Il commento  

di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre 

“Un primo passo importante, una “boccata di ossigeno” per gli abitanti di Gaza martoriata dopo sette settimane di conflitto, e l’opportunità di ritornare a casa per decine di ostaggi nelle mani di Hamas dallo scorso 7 ottobre. Sono in molti ad augurarsi che la tregua possa essere il preludio di un cessate il fuoco più lungo e duraturo. Ma le condizioni ad oggi non ci sono, e quel che è certo è che le ostilità riprenderanno. Soprattutto non è escluso che non scoppino prima della fine dei quattro giorni concordati. Non sarebbe la prima volta: la storia dello scontro tra Israele e Hamas è infatti costellata di tregue infrante”. 

A cura della redazione di  ISPI Online Publications

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anziani, crisi, dichiarato, forze armate, giovani, ministro della difesa, organizzazioni, persone, processo, sviluppo

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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