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Israele, guerra e pena capitale

È passata tra brindisi e applausi alla Knesset, il parlamento israeliano, la nuova legge che prevede la pena di morte per i palestinesi che abbiano condotto attacchi mortali. In realtà, la norma non cita nero su bianco i palestinesi ma “chiunque conduca attacchi mortali volti a negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Un’accortezza che di fatto elimina dalle possibili condanne i cittadini israeliani che si rendano colpevoli di attacchi violenti e mortali (come nel caso di alcuni coloni) ma il cui intento difficilmente potrebbe configurarsi come “negare l’esistenza dello Stato di Israele”.

di Alessia De Luca | 1 Aprile 2026

È passata tra brindisi e applausi alla Knesset, il parlamento israeliano, la nuova legge che prevede la pena di morte per i palestinesi che abbiano condotto attacchi mortali. In realtà, la norma non cita nero su bianco i palestinesi ma “chiunque conduca attacchi mortali volti a negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Un’accortezza che di fatto elimina dalle possibili condanne i cittadini israeliani che si rendano colpevoli di attacchi violenti e mortali (come nel caso di alcuni coloni) ma il cui intento difficilmente potrebbe configurarsi come “negare l’esistenza dello Stato di Israele”. La legge, approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, rappresenta il coronamento dell’attività legislativa del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, leader del partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico) e prevede la pena di morte – per impiccagione – per i palestinesi della Cisgiordania occupata, giudicati da un tribunale militare. Le esecuzioni potranno essere comminate senza richiesta da parte dei pubblici ministeri e senza necessità di unanimità da parte della giuria, permettendo invece una semplice decisione a maggioranza, e dovranno essere effettuate entro 90 giorni dalla sentenza. In Israele la pena capitale era già in vigore, tuttavia lo Stato raramente vi ha fatto ricorso, applicandola solo in casi eccezionali. L’ultimo a essere giustiziato fu il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, nel 1962.

Un successo dell’ultradestra?

Poco prima dell’inizio delle votazioni, Ben-Gvir ha pronunciato un discorso dagli scranni del parlamento descrivendo la nuova legge come un segno di forza e orgoglio nazionale. “Da oggi, ogni terrorista lo saprà, e lo saprà il mondo intero, che chiunque toglie la vita a qualcuno, lo Stato di Israele gli toglierà la vita”, ha affermato. Quando la misura è stata approvata, l’aula è esplosa in un boato di applausi e il ministro ha brandito una bottiglia per festeggiare. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che si era recato in aula per votare di persona a favore, è rimasto immobile. Le principali organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno denunciato la norma come “un atto di discriminazione istituzionalizzata e di violenza razzista contro i palestinesi”. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha dichiarato di aver presentato ricorso contro la legge presso la Corte suprema. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas l’ha condannata invece come “una violazione del diritto internazionale” e un “tentativo fallimentare di intimidire i palestinesi” che non li dissuaderà dal “perseguire la loro legittima lotta per la libertà, l’indipendenza e la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale”.

Indignazione a parole?

Sulla nuova legge sono in pochi a nutrire dubbi: esperti delle Nazioni Unite e persino giuristi israeliani hanno esortato Israele a ritirarla, avvertendo che violerebbe il diritto internazionale e discriminerebbe i palestinesi residenti in un territorio sottoposto a occupazione. Subito dopo l’approvazione, Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno espresso “profonda preoccupazione” affermando che la misura rischia di “minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici”. Anche il servizio diplomatico dell’Ue ha condannato la norma, affermando che la pena capitale viola il diritto alla vita e il metodo dell’impiccagione viola il divieto di tortura. Funzionari ed esperti hanno affermato che il disegno di legge potrebbe esporre il personale israeliano all’arresto all’estero. Ma al di là delle dure prese di posizione, nulla sembra muoversi sul piano pratico e l’alleanza commerciale e politica tra Tel Aviv e Bruxelles non pare in dubbio. Se davvero, come ha detto il portavoce della Commissione Anouar El Anouni “si tratta di una chiara tendenza negativa in termini di obblighi di Israele nei confronti del rispetto dei diritti umani”, non è chiaro perché l’Ue non agisca di conseguenza, tornando a considerare una revisione dell’Accordo di Associazione Unione Europea-Israele per violazione, da parte di quest’ultimo, dei diritti umani.

Fine guerra: mai?

L’approvazione avviene nel contesto della guerra contro l’Iran, che Israele continua nonostante la sospensione degli attacchi da parte degli Stati Uniti per favorire un negoziato mediato dal Pakistan. In realtà, dal 7 ottobre 2023 – giorno dell’attacco di Hamas nel sud del Paese – Israele non è mai uscito da uno stato di guerra permanente: mobilitazione continua, due fronti aperti (Iran e Libano) e un impegno militare massiccio nella Striscia di Gaza che rischia di diventare difficilmente sostenibile. A lanciare l’allarme è stato il capo di Stato maggiore, Eyal Zamir, che durante una recente riunione del gabinetto di sicurezza avrebbe avvertito che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) “rischiano di collassare su se stesse” sotto il peso delle crescenti esigenze operative e della carenza di personale. “Vi indico dieci segnali d’allarme”, ha detto ai ministri, sottolineando la necessità urgente di nuove misure: una legge sulla coscrizione, una sul servizio di riserva e l’estensione del servizio obbligatorio. In assenza di interventi, ha avvertito, “le IDF non saranno più pronte nemmeno per le missioni di routine e il sistema di riserva non reggerà a lungo”.

Il problema è strutturale. Nell’ultimo anno il governo ha intensificato la creazione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, aumentando il fabbisogno di forze sul terreno, mentre la riforma per estendere la coscrizione obbligatoria anche ai cittadini ultraortodossi è rimasta bloccata dall’opposizione dei partiti religiosi. Il risultato è una crescente divaricazione tra obiettivi politici e capacità militari: “Non si può pretendere l’annessione, la colonizzazione e la vittoria totale – ha scritto Zamir – e poi lasciare che le IDF crollino per mancanza di soldati”.

Il commento

Di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“I numeri dimostrano che la legge non è stata votata solo dai partiti del governo, ma anche da alcuni d’opposizione. È il culmine di un militarismo che va oltre quello legale delle forze armate. La negazione collettiva di ciò che è accaduto a Gaza, la diffusione delle armi: un numero crescente d’israeliani non esce di casa senza il fucile mitragliatore a tracolla. Un’esibizione sproporzionata all’eventuale minaccia e alla presenza delle forze di sicurezza legali. Può un paese che accetta tutto questo, continuare a dichiararsi ‘l’unica democrazia del Medio Oriente’?”

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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