
La firma dell’accordo tra Israele e Libano con la mediazione americana del segretario di Stato Marco Rubio rappresenta una notizia importante in un Medio Oriente abituato più alle escalation che alle soluzioni diplomatiche. Dopo mesi di tensioni, bombardamenti, minacce e il rischio concreto di un allargamento del conflitto regionale, il documento sottoscritto viene presentato da Washington come l’inizio di una nuova fase. Rubio ha usato parole prudenti definendolo “un primo passo”, una formula che forse più di ogni altra descrive la realtà: non siamo davanti alla fine definitiva di un conflitto, ma davanti al tentativo di aprire una strada diversa. La storia della regione, però, insegna che tra una firma e una pace vera spesso esiste un abisso. Troppe volte gli accordi hanno rappresentato soltanto una sospensione temporanea delle ostilità, mentre le cause profonde sono rimaste intatte sotto la superficie.
Il nodo centrale resta quello della sicurezza. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha già chiarito che le forze armate israeliane continueranno a presidiare il sud del Libano fino a quando Israele non avrà garanzie concrete sulla protezione dei propri cittadini. Una posizione comprensibile dal punto di vista israeliano dopo anni di minacce lungo il confine settentrionale, ma che rischia di trasformarsi nel principale elemento di fragilità dell’intesa. Il Libano, infatti, non può accettare indefinitamente una presenza militare straniera sul proprio territorio senza mettere in discussione la propria sovranità nazionale. È proprio qui che si misura la differenza tra un cessate il fuoco e una pace: il primo può essere imposto dalla paura delle conseguenze, la seconda nasce dalla convinzione che il futuro sia preferibile alla vendetta del passato.
Il problema mediorientale non è mai stato soltanto una questione tra due eserciti. Intorno al confine israelo-libanese ruotano interessi regionali e internazionali, il ruolo dell’Iran, la presenza di Hezbollah, le strategie delle potenze mondiali e la fragilità politica dello stesso Libano. Per questo la prudenza europea appare comprensibile: un accordo che non affronti i nodi politici rischia di essere soltanto una parentesi. L’Europa chiede che la tregua venga accompagnata da un percorso credibile di stabilizzazione e che il Libano possa tornare ad avere un controllo pieno del proprio territorio. Altrimenti il rischio è che il silenzio delle armi duri soltanto fino alla prossima crisi, alla prossima provocazione, al prossimo episodio capace di riaccendere l’intero fronte.
La diplomazia americana porta a casa un risultato che certamente Washington vuole valorizzare come prova di leadership internazionale. Ma il Medio Oriente non si pacifica con gli annunci e neppure con le fotografie delle firme. La vera verifica arriverà nei mesi successivi, quando l’attenzione dei media sarà calata e resteranno soltanto gli impegni concreti da rispettare. Israele chiede sicurezza, il Libano chiede autonomia, la comunità internazionale chiede stabilità: esigenze diverse che finora non hanno trovato un equilibrio duraturo. La domanda finale resta quindi quella più difficile: questa volta la pace riuscirà a diventare realtà oppure assisteremo ancora una volta a una tregua destinata a lasciare acceso il fuoco sotto la cenere? Solo il tempo potrà dare una risposta.
Cesare Mannucci

Lascia un commento