
Qui non siamo davanti a un conflitto simmetrico. Da una parte c’è uno Stato con un esercito riconosciuto, con comando, responsabilità e regole. Dall’altra ci sono milizie armate che vivono nella negazione di tutto questo.
Israele non sta combattendo contro un esercito regolare. Sta combattendo Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Tre realtà diverse, stesso schema operativo e ideologico-religioso, stesso retroterra strategico legato all’Iran. Non è una guerra locale, è una pressione coordinata.
E’ ora di smetteresela con l’ipocrisia da quattro soldi. Un esercito moderno e potente come quello israeliano, se decidesse di cancellare un territorio, lo farebbe in tempi rapidi e con modalità completamente diverse. Non servirebbero operazioni chirurgiche, non servirebbe entrare nei tunnel, non servirebbe combattere casa per casa. Sarebbe distruzione sistematica. Non è quello che sta accadendo e che i nostri sistemi di informazione bollano come genocidio.
Quello che sta accadendo è l’opposto. Una guerra lenta, sporca, logorante, combattuta dentro aree urbane perché l’avversario ha scelto di combattere lì dentro, non per necessità, ma per strategia. Confondere civili e combattenti, usare infrastrutture civili, scavare sotto le città, trasformare la popolazione in scudo operativo. Questo è il metodo. Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire.
Qui cade tutta la narrazione tossica che gira in superficie. Il miliziano non è un civile innocente. È un combattente che entra ed esce dalla condizione civile quando gli conviene. È questa ambiguità che genera il disastro, non la reazione di chi difende i propri civili.
Dall’altra parte, gli obiettivi sono dichiarati. Non si parla di compromessi, non si parla di confini. Si parla di eliminazione di Israele. La differenza è che non hanno la capacità di farlo su scala totale. Se ce l’avessero, non staremmo discutendo di proporzionalità o di operazioni mirate. Staremmo parlando di altro. Coloro che non ci credeno li invito ad andarsi a leggere le carte costitutive di Hamas, Hetzbollah e Youthi.
Quindi basta con il teatro morale. Uno Stato che viene colpito ha il diritto di reagire. Non è un’opzione, è una necessità. Ma deve farlo restando dentro regole precise. Ed è esattamente qui che si gioca tutto. Perché combattere contro chi non rispetta alcuna regola, senza perdere completamente il controllo, è la sfida più difficile che esista.
Chi continua a raccontarla come una favola tra oppressi e oppressori o non ha capito nulla o fa finta di non capire. La realtà è più semplice ed elementare.
Da una parte un esercito che combatte assumendosi responsabilità. Dall’altra milizie che combattono dissolvendole.
Da una parte c’è chi ha i mezzi per compiere un genocidio ma non lo fa, preferendo versare il proprio sangue per andare a prendere i terroristi porta a porta; dall’altra c’è chi vorrebbe davvero compiere un genocidio, ma non ne ha i mezzi.
La scelta non è complicata. Basta avere il coraggio di guardare le cose per quello che sono.
Piero Terracina

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