
Israele oggi non può essere definito uno “Stato canaglia” nel senso assoluto del termine. Sarebbe una semplificazione storica e politica che finirebbe per confondere un popolo, le sue istituzioni democratiche e il diritto stesso all’esistenza dello Stato israeliano con le responsabilità di una classe dirigente precisa. L’orrore del 7 ottobre 2023, quando Hamas colpì civili israeliani con un massacro senza precedenti, resta un atto terroristico che nessuna coscienza democratica può relativizzare. Ma riconoscere quella barbarie non significa accettare senza critica ciò che è accaduto dopo. La risposta militare del governo guidato da Benjamin Netanyahu ha assunto proporzioni devastanti, soprattutto nella Striscia di Gaza, dove decine di migliaia di civili palestinesi – tra cui un numero enorme di bambini – hanno pagato il prezzo di una guerra che ha progressivamente superato i confini della legittima difesa per assumere quelli della punizione collettiva. È qui che emerge la vera questione politica e morale: non Israele come Stato, ma il gruppo dirigente che oggi lo governa. Netanyahu, Ben Gvir e l’estrema destra nazionalista e religiosa che sostiene il governo hanno trasformato la sicurezza in ideologia, il dolore in vendetta, la paura in strumento di consenso. A ciò si aggiunge la violenza crescente dei coloni estremisti in Cisgiordania, spesso tollerata o minimizzata dalle istituzioni israeliane, che contribuisce ad alimentare una spirale di odio ormai fuori controllo. Questo governo ha finito per infliggere un danno profondo non solo ai palestinesi, ma anche allo stesso popolo ebraico nel mondo. Ha riaperto antiche fratture, alimentato nuovi antisemitismi e consegnato alle generazioni future un Medio Oriente ancora più instabile e radicalizzato. La tragedia è che, nel nome della sicurezza di Israele, si sta compromettendo la sua stessa credibilità morale e politica agli occhi di una parte crescente della comunità internazionale. L’Occidente, dal canto suo, appare paralizzato da una doppia incapacità: condannare con fermezza il terrorismo di Hamas e, allo stesso tempo, pretendere dal governo israeliano il rispetto del diritto internazionale e dei principi umanitari. Questa ambiguità sta riportando il dibattito pubblico a categorie novecentesche, dove i popoli vengono ridotti a blocchi contrapposti e il dolore degli uni viene usato per negare quello degli altri.
La verità è che nessuna democrazia può salvarsi rinunciando ai propri limiti morali. E nessuna pace potrà nascere dall’umiliazione permanente di un altro popolo.
Angelo Santoro

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