
La pace armata tra Siria e Israele, caldeggiata dall’amministrazione di Donald Trump rischia di infrangersi lungo le linee settarie che compongono il complesso mosaico siriano. Nelle ultime ore, droni israeliani hanno preso di mira il quartier generale delle forze armate e il ministero della Difesa di Damasco, e il governatorato meridionale di Suwayda, dove si concentra la minoranza drusa siriana. All’origine dei raid, secondo quanto dichiarato dai vertici israeliani, ci sarebbe il dispiegamento nella regione di Suwayda, di truppe del governo di transizione guidato da Ahmed al-Sharaa intervenuti a loro volta per monitorare un accordo di cessate il fuoco siglato dopo ore di scontri tra milizie druse e gruppi armati locali di beduini, che avrebbero provocato circa 250 vittime. Oggi centinaia di drusi israeliani si sono riversati al confine con la Siria proclamando uno sciopero generale e una “giornata di rabbia” in solidarietà con i drusi siriani mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invitato i manifestanti a non attraversare il confine, affermando che in Siria rischiano “di essere uccisi o rapiti” e che le forze armate israeliane “stanno lavorando per salvare i nostri fratelli drusi”. Dal canto suo, il ministero degli Esteri siriano ha condannato gli attacchi israeliani “avvenuto in un momento calcolato e in un contesto sospetto, chiaramente mirato a minare la stabilità nazionale e a colpire l’unità siriana in un momento critico”. Il ministero dell’Interno di Damasco, invece, ha annunciato nuovamente un accordo per il cessate il fuoco a Suwayda, come quello infranto nella giornata di lunedì, ma non è chiaro se Israele interromperà le operazioni, considerato che una delle fazioni druse ha già detto di non ritenere l’accordo valido.

Un paese frammentato?
Le violenze siriane si inseriscono in uno scenario complicato: allo stato attuale, il governo centrale di Al-Sharaa controlla solo il 60-70% del territorio nazionale. A marzo scorso, scontri armati avevano portato a un massacro della comunità alawita nel distretto di Latakia, in cui sono state uccise circa 1700 persone. E ad aprile altre violenze settarie si erano verificate tra membri della comunità drusa e forze governative, o comunque alleate con il governo. Di recente, poi, il governo di Damasco è stato colto alla sprovvista anche dall’ attacco alla chiesa di Mar Elias, che ha ucciso almeno 25 persone, e che è stato attribuito allo Stato Islamico. Tutte queste vicende mettono in difficoltà il governo siriano, perché lo dipingono come incapace di proteggere i suoi cittadini e troppo debole di fronte alle milizie e bande armate che taglieggiano i civili in alcune zone del paese. Il tutto mentre Al-Sharaa visita le capitali internazionali, cercando di dimostrare di avere il pieno controllo della situazione nel paese, promettendo di proteggere tutti i siriani anche al fine di mobilitare gli enormi investimenti di cui il Paese avrà bisogno per la propria ricostruzione post-bellica. In Israele c’è una comunità drusa abbastanza numerosa, e i drusi sono considerati dal governo come l’etnia più vicina e fedele dopo quella ebraica. Al tempo stesso, però, i drusi siriani hanno sempre mantenuto, anche nei lunghi anni di governo della famiglia Assad, una notevole autonomia nelle regioni che abitano e ora temono che – nonostante le promesse di Al-Sharaa – il nuovo governo possa togliergliela.
C’è chi sfrutta le divisioni?
In questo contesto, il sospetto di Damasco è che Israele voglia sfruttare i conflitti interni al Paese, in particolare nel distretto druso, per affermarsi come forza di “garanzia” nei confronti di alcune comunità, minando gli sforzi del governo di assicurarsi il controllo sull’intero Paese. La complessità dei rapporti tra Israele e Siria ha radici profonde. Dal 1967 Israele occupa le alture del Golan, un territorio che secondo la comunità internazionale appartiene alla Siria. Approfittando del vuoto di potere seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, l’esercito israeliano è avanzato in Siria e ha occupato nuovi territori, sempre nel Golan. Negli ultimi mesi il governo Netanyahu ha autorizzato diverse operazioni militari in Siria e in particolare nelle regioni meridionali, abitate da popolazioni sunnite e dalla comunità drusa, circa 500mila persone concentrate soprattutto nella regione di Suwayda, alimentando tensioni settarie e intra-religiose. Ieri, il ministro della Difesa Israel Katz aveva esortato le forze siriane ad evacuare la zona, avvertendo che le IDF continueranno a colpire “finché il regime di Damasco non recepirà il messaggio”. In una nota, il ministro ha dichiarato che Israele “non abbandonerà i drusi in Siria” e continuerà a perseguire la sua “politica di smilitarizzazione” della Siria meridionale.
Pedine di un gioco più grande?
L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria e il Libano, Tom Barrack, ha definito “preoccupanti” i recenti sviluppi aggiungendo che gli Stati Uniti sono impegnati in sforzi di mediazione volti a raggiungere “una soluzione pacifica e inclusiva per i drusi, le tribù beduine, il governo siriano e le forze armate israeliane”. Ma nonostante l’impegno americano non sembra che le tensioni si siano sciolte. Netanyahu ha dichiarato che Israele non permetterà il trinceramento militare siriano vicino al suo confine. “Siamo impegnati a mantenere la Siria sudoccidentale una zona demilitarizzata – ha detto – e non permetteremo che un secondo Libano emerga al nostro confine. Siamo anche impegnati per la sicurezza della popolazione drusa e stiamo adottando misure significative. Spero che non siano necessari ulteriori passi: questo dipenderà dalle scelte fatte a Damasco”. Intanto, però, l’opposizione al coinvolgimento israeliano cresce anche tra i gruppi della società civile di Suwayda che ha pubblicamente respinto “ogni ingerenza straniera” e avvertito che un coinvolgimento esterno potrebbe “alimentare le tensioni” e danneggiare il fragile tessuto sociale della città. Anche i leader religiosi della comunità drusa, tra cui gli sceicchi Hammoud al-Hinnawi e Youssef Jarbou, consapevoli del rischio di diventare pedine in una partita tra Israele e la nuova leadership siriana hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui dichiarano la loro lealtà alla sovranità di Damasco: “Non cerchiamo protezione esterna – hanno affermato – e certamente non da Israele”.
Il commento
di Francesco Petronella, ISPI
“Gli ultimi avvenimenti in Siria possono essere letti almeno su tre livelli. Da una parte si tratta di violenze iniziate a un livello estremamente locale, a partire divisioni che caratterizzano la comunità drusa circa i rapporti con il governo di Al-Sharaa e la nuova amministrazione siriana. A livello regionale, invece, lo scenario chiama in causa Israele, che sin dalla caduta di Bashar al-Assad ha fatto di tutto per ‘mettere terra’ tra sé e i nuovi dominatori, di cui non si fida, usando la questione drusa come pezza d’appoggio per mantenere la Siria debole e vulnerabile. Sul piano internazionale, infine, i bombardamenti israeliani a Damasco e Suwayda rischiano di mandare in frantumi i piani dell’amministrazione Trump, che riabilitando Sharaa aveva gettato le basi per un accordo tra Damasco e Tel Aviv. Al momento, però, il tempo questi negoziati è certamente finito. O quantomeno sospeso”.
Alessia De Luca

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