
Oggi Israele torna alle urne per rinnovare i 120 membri della Knesset, il Parlamento nazionale. Sono elezioni che arrivano dopo tre anni nei quali il Paese ha attraversato una delle fasi più drammatiche della propria storia, dal massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 alle guerre combattute su più fronti, fino allo scontro con l’Iran. Tre anni che hanno profondamente modificato la società israeliana, incrinato molte certezze e riportato al centro della discussione politica una domanda che precede qualsiasi altra considerazione: chi è realmente in grado di garantire la sicurezza dello Stato?
Ma ridurre queste elezioni a un referendum su Benjamin Netanyahu sarebbe un errore. In gioco ci sono la futura strategia militare, i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa, la tenuta dell’economia, il peso crescente delle componenti religiose nella vita pubblica e, soprattutto, la capacità della società israeliana di ritrovare una stabilità politica che la guerra ha reso ancora più necessaria.
Netanyahu arriva all’appuntamento elettorale con una posizione complessa. Da una parte può rivendicare la risposta militare agli attacchi di Hamas, le operazioni contro Hezbollah e il confronto diretto con l’Iran, presentando la propria esperienza come garanzia di continuità nella difesa nazionale. Dall’altra deve rispondere delle gravissime falle nella sicurezza che permisero il massacro del 7 ottobre, avvenuto proprio durante il suo governo. È una contraddizione che attraversa una parte consistente dell’elettorato israeliano: riconoscere la necessità delle operazioni militari successive non significa necessariamente assolvere chi aveva la responsabilità politica della sicurezza prima dell’attacco.
Il suo principale avversario, Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader della formazione centrista Yashar, rappresenta una proposta diversa, ma non certo una rinuncia alla fermezza militare. Eisenkot conosce direttamente la guerra, nella quale ha perso un figlio e due nipoti. La sua candidatura mette in discussione soprattutto la gestione politica della sicurezza, la responsabilità delle istituzioni e il rapporto tra governo, esercito e società civile. Accanto a lui si muovono Naftali Bennett e Yair Lapid, riuniti in una lista comune, mentre Avigdor Lieberman presidia un elettorato nazionalista e laico fortemente contrario alle concessioni ai partiti ultraortodossi. Sul versante della sinistra, Yair Golan propone una linea maggiormente liberale, mentre Netanyahu continua a fare affidamento sulle formazioni nazionaliste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich e sul sostegno politico dei partiti religiosi.
Le differenze non riguardano soltanto la guerra. Una delle questioni più controverse è quella del servizio militare obbligatorio per gli ultraortodossi. Dopo anni di combattimenti, migliaia di riservisti richiamati e famiglie sottoposte a enormi sacrifici, una parte significativa della popolazione contesta il mantenimento delle esenzioni per gli studenti delle scuole religiose. Il problema è diventato politico prima ancora che militare. Per molti israeliani non è più accettabile che il peso della difesa nazionale continui a essere distribuito in maniera così diseguale. Per i partiti ultraortodossi, invece, la tutela dello studio religioso rimane una questione fondamentale e non facilmente negoziabile.
Esiste poi il problema della responsabilità politica. Una larga maggioranza degli israeliani ebrei sostiene l’istituzione di una commissione indipendente che accerti quanto accaduto il 7 ottobre. È un passaggio delicato perché riguarda direttamente le responsabilità del governo, dei vertici militari e dei servizi di sicurezza. Netanyahu ha contrastato le richieste di una commissione statale d’inchiesta, mentre le opposizioni ne hanno fatto uno dei principali impegni elettorali. Il risultato delle urne influirà quindi anche sul modo in cui Israele deciderà di fare i conti con quella tragedia.
La società israeliana, tuttavia, è molto meno facilmente classificabile di quanto si immagini osservandola dall’Europa. Non esiste una semplice contrapposizione tra chi vuole difendersi e chi vuole negoziare. La sicurezza nazionale attraversa praticamente tutti gli schieramenti politici e il sostegno alla nascita di uno Stato palestinese rimane limitato tra gli elettori ebrei. La discussione riguarda soprattutto quali condizioni possano rendere credibile una soluzione politica, quali garanzie debbano essere richieste e quale futuro debba essere previsto per Gaza e la Cisgiordania. Su questi punti le distanze fra le formazioni politiche rimangono profonde.
Anche l’elettorato arabo israeliano potrebbe assumere un ruolo determinante. Le sue priorità comprendono la sicurezza delle comunità, il contrasto alla criminalità, le condizioni economiche e il rapporto con le istituzioni. Le formazioni arabe potrebbero ottenere un numero di seggi sufficiente a incidere sugli equilibri parlamentari, ma la disponibilità dei principali partiti ebraici a coinvolgerle nella formazione del governo rimane estremamente limitata. È una delle contraddizioni più evidenti del sistema politico israeliano: alcuni partiti possono risultare decisivi sul piano numerico senza essere considerati interlocutori accettabili dai possibili partner di governo.
Sul piano internazionale la posta in gioco è altrettanto importante. Israele deve ridefinire la propria posizione in un Medio Oriente trasformato dai conflitti con Hamas, Hezbollah e Iran, mantenendo contemporaneamente un rapporto solido con Washington. Donald Trump ha espresso apertamente il proprio sostegno a Netanyahu, ma l’alleanza strategica con gli Stati Uniti va ben oltre il rapporto personale fra i due leader. Qualunque governo dovrà confrontarsi con le conseguenze economiche e diplomatiche delle guerre, con il deterioramento dei rapporti con diversi Paesi europei e con la necessità di evitare che la superiorità militare israeliana si traduca in un isolamento politico crescente.
E arriviamo alla questione decisiva: i numeri.
Gli ultimi sondaggi hanno collocato il Likud di Netanyahu e Yashar di Eisenkot su valori molto vicini, intorno ai 22 o 23 seggi, con oscillazioni fra le diverse rilevazioni. Alcune elaborazioni attribuiscono circa 53 seggi al blocco vicino a Netanyahu e altrettanti alle opposizioni ebraiche, lasciando alle due principali liste arabe i restanti 14. Sono dati indicativi, non risultati acquisiti, ma illustrano perfettamente il problema.
In Israele non basta arrivare primi. Bisogna costruire una maggioranza parlamentare, normalmente di almeno 61 deputati, oppure ottenere un sostegno esterno sufficiente a consentire la nascita e la sopravvivenza di un governo. Con una soglia elettorale del 3,25%, anche il destino di una piccola formazione può modificare sensibilmente la distribuzione dei seggi. Una manciata di voti può quindi trasformarsi in diversi parlamentari e cambiare completamente le possibilità di coalizione.
Da questa situazione emergono tre scenari concreti. Netanyahu potrebbe ricostruire una maggioranza attraverso i propri alleati, mantenendo l’attuale impostazione politica e affrontando nuovamente le difficili trattative con le componenti religiose e nazionaliste. Le opposizioni potrebbero invece costruire un governo alternativo, ma dovrebbero superare le proprie divisioni e trovare una formula parlamentare compatibile con le posizioni dei partiti arabi o con quelle di una parte del mondo religioso. Infine, potrebbe verificarsi una situazione di blocco, con nessuno schieramento capace di raccogliere i consensi necessari e la conseguente prospettiva di nuove elezioni.
I sondaggi non permettono di scegliere oggi fra questi risultati. Consentono però una considerazione politica precisa: la frammentazione parlamentare potrebbe sopravvivere anche a un cambiamento significativo nei rapporti di forza fra i principali partiti. Un successo elettorale personale di Netanyahu o Eisenkot non risolverebbe automaticamente il problema della governabilità.
Ed è proprio questo il nodo che gli israeliani dovranno affrontare.
Il Paese dispone di una straordinaria capacità militare, di un’economia tecnologicamente avanzata e di istituzioni che hanno continuato a funzionare anche durante una guerra prolungata. Ma la forza militare non sostituisce la stabilità politica, così come la capacità di vincere una battaglia non equivale necessariamente alla capacità di costruire una strategia per il dopoguerra.
Il voto del 27 ottobre determinerà i rapporti di forza della prossima Knesset. Soltanto le trattative successive diranno quale governo potrà nascere e con quali compromessi.
Perché, dopo tre anni di guerra, Israele deve certamente continuare a difendere i propri confini, ma deve anche decidere come governare le proprie divisioni interne e quale ruolo intende occupare nel Medio Oriente dei prossimi anni.
E questa volta la battaglia non si combatte con i carri armati. Si combatte con 120 seggi, una maggioranza da costruire e una società che chiede risposte.
Piero Terracina

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