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Iran-USA, missili sull’accordo

Nel giorno in cui era stato annunciato che un accordo era imminente, gli USA hanno bombardato siti missilistici a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran, e le navi che volevano minare lo Stretto di Hormuz. Lo US Central Command (CENTCOM) ha dichiarato che si tratta di un attacco di autodifesa per proteggere le truppe nella regione minacciate dalle forze iraniane. Dal canto suo, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) ha fatto sapere che una nave era stata colpita prima degli attacchi USA. Il nuovo scontro arriva mentre i negoziatori di Teheran arrivavano a Doha, in Qatar, nel tentativo di trovare un accordo per terminare la guerra nel Golfo.

di Istituto Ispi | 27 Maggio 2026

Nel giorno in cui era stato annunciato che un accordo era imminente, gli USA hanno bombardato siti missilistici a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran, e le navi che volevano minare lo Stretto di Hormuz. Lo US Central Command (CENTCOM) ha dichiarato che si tratta di un attacco di autodifesa per proteggere le truppe nella regione minacciate dalle forze iraniane. Dal canto suo, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) ha fatto sapere che una nave era stata colpita prima degli attacchi USA. Il nuovo scontro arriva mentre i negoziatori di Teheran arrivavano a Doha, in Qatar, nel tentativo di trovare un accordo per terminare la guerra nel Golfo. La Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, ha dichiarato martedì sul suo canale Telegram che le potenze del Golfo non saranno più uno scudo per le basi degli Stati Uniti. La dinamica sembra riprendere lo schema che aveva già caratterizzato il conflitto: annunci di intese imminenti seguite da attacchi che di fatto rimandano i colloqui. E nel tentativo di trovare una soluzione, il presidente USA Donald Trump ora dice che vorrebbe includere gli accordi di Abramo – cioè quel processo di normalizzazione dei rapporti tra paesi musulmani e Israele – nell’intesa con l’Iran. Dal canto suo, invece, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele intensificherà gli attacchi contro Hezbollah nel sud del Libano.

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Qual è la strategia USA?

La nuova violazione del fragile cessate-il-fuoco tra USA e Iran potrebbe rappresentare la volontà di Trump di rispondere alle critiche arrivate nei giorni scorsi da quei repubblicani che temevano che l’accordo con Teheran potesse indebolire la posizione di Washington. Secondo alcune interpretazioni, continuare a combattere e negoziare allo stesso tempo è normale nelle fasi finali di una guerra. Resta però grande incertezza sul futuro: non è chiaro se la situazione attuale preceda una fase di stabilizzazione oppure un ulteriore peggioramento del conflitto. La presenza della leadership iraniana in Qatar viene vista come un segnale positivo e i paesi della regione potrebbero intensificare il dialogo per limitare nuove escalation. Tuttavia, la distanza tra le posizioni di Stati Uniti e Iran rimane ampia, e i negoziati potrebbero protrarsi ancora a lungo, per settimane o mesi. Al momento, infatti, le delegazioni sarebbero vicine a ripristinare lo status quo, più che accordarsi su una soluzione permanente. La fine degli attacchi, la riapertura dello Stretto di Hormuz e il suo sminamento non porterebbero a fare progressi reali per la futura stabilità nel Golfo, sarebbero piuttosto le garanzie per un ritorno alla situazione precedente il conflitto. Il negoziato vero e proprio, cioè quello sul programma nucleare di Teheran, inizierebbe solo in un secondo momento. In questa fase, lo sblocco di circa 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati all’estero servirebbe per garantire la credibilità USA agli occhi di Teheran.

Cosa c’entrano gli Accordi di Abramo?

Lunedì, il presidente USA ha detto di aver chiesto ad Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Pakistan e Turchia di sottoscrivere gli “accordi di Abramo”, ovvero la dichiarazione congiunta tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti del 2020 per promuovere la normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e i paesi a maggioranza musulmana. Il Pakistan ha fatto subito sapere di aver rifiutato la proposta. Secondo una fonte pakistana citata da CNBC, le dichiarazioni di Trump lasciano intendere la volontà di utilizzare i negoziati per il cessate-il-fuoco con l’Iran come leva per rilanciare un progetto diplomatico più ampio legato agli accordi di Abramo. La stessa fonte ha però precisato che le due questioni restano separate e non possono essere considerate parte di un unico processo. Alcuni osservatori ritengono poi che questa impostazione serva per rendere un possibile accordo con l’Iran più digeribile per i più scettici. Per Ali Vaez, responsabile del programma Iran dell’International Crisis Group, Trump starebbe infatti cercando di confezionare l’intesa con Teheran come sequel politico degli accordi di Abramo: un’iniziativa vantaggiosa per Israele, positiva per la regione e sufficientemente dura da soddisfare Washington. Per la diplomazia USA, collegare l’intesa con Teheran agli accordi di Abramo sarebbe dunque una buona exit strategy per uscire dal pantano della guerra, protrattasi oltre le aspettative di Trump. In questo modo, il presidente darebbe nuova linfa a una delle iniziative diplomatiche più di successo del suo primo mandato.

Israele agisce autonomamente?

Sulla suddetta iniziativa USA, Israele non si è ancora pronunciato. Anzi, l’impressione è che Stati Uniti e Israele seguano ormai agende distinte, seppur appartengano allo stesso schieramento. Lo conferma anche la volontà di intensificare gli attacchi israeliani in Libano, come detto ieri da Benjamin Netanyahu. Israele e Hezbollah hanno continuato ad attaccarsi nonostante la tregua annunciata il 16 aprile, e verosimilmente Tel Aviv proseguirà con questa strategia militare a prescindere da quanto avviene al tavolo dei negoziati. E a gettare benzina sul fuoco ci pensa il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, uno dei più estremisti del governo Netanyahu: “Per ogni drone esplosivo, dovrebbero crollare dieci edifici a Beirut”. L’autonomia strategica israeliana è infatti imposta anche dai bilanciamenti interni al governo Netanyahu, che dipende dal sostegno dei ministri di estrema destra. Bezalel Smotrich e il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, i cui partiti radicali sono un’imprescindibile stampella politica per il premier Netanyahu, non sono disposti ad accettare compromessi che non garantiscano la superiorità strategica di Israele nel proprio vicinato.

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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