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Iran, tregua fragile: Hegseth canta vittoria ma il conflitto resta aperto

“Questa mattina, un grande giorno per la pace mondiale…..L’operazione Epic Fury è stata un successo travolgente…una vittoria con la V maiuscola. Abbiamo utilizzato solo una piccola parte della nostra potenza e l’Iran ha subito una sconfitta militare devastante”. Queste le parole del ministro della Difesa Usa Pete Hegseth dopo l’annuncio della tregua nel conflitto in Medio Oriente.

di Domenico Maceri | 13 Aprile 2026
Il ministro della Difesa Usa Pete Hegseth

“Questa mattina, un grande giorno per la pace mondiale…..L’operazione Epic Fury è stata un successo travolgente…una vittoria con la V maiuscola. Abbiamo utilizzato solo una piccola parte della nostra potenza e l’Iran ha subito una sconfitta militare devastante”. Queste le parole del ministro della Difesa Usa Pete Hegseth dopo l’annuncio della tregua nel conflitto in Medio Oriente.

Le parole altisonanti di Hegseth non sono soltanto offensive ma poco veritiere e riflettono un semplicismo tutt’altro che onorevole per il ministro di Difesa o di Guerra come spesso si auto definisce. Quando poi si ricorda la minaccia di Trump di qualche giorno prima di cancellare l’intera nazione si capisce che viviamo tempi veramente bui. Ce lo chiarisce anche il disperato tentativo americano di convincersi ciecamente che tutto stia andando bene. I fatti ci dicono il contrario e l’impopolarità della guerra in Iran con gli americani ce ne darebbe una conferma.

Difficile parlare di vittoria considerando il numero di vittime causate dalla guerra fino adesso. Secondo alcune analisi quasi 4 mila persone in Iran hanno perso la vita che includono 1770 civili e centinaia di bambini. In Libano le vittime includono 1550 a cui si aggiungono 118 in Iraq, 23 in Israele, tredici soldati americani, e una dozzina in altri Paesi del Golfo. Hegseth non considera queste perdite umane, avvolto nel suo desiderio di cantare vittoria.

Al di là delle vittime umane la vittoria di Hegseth appare priva di significato poiché gli iraniani non solo continuano a resistere, ma il loro controllo dello Stretto di Hormuz ha scompigliato la disponibilità del 20 percento del petrolio, gas, fertilizzanti globale impedendo il passaggio delle petroliere. In effetti, Trump, Hegseth, e Benjamin Netanyahu hanno involontariamente fatto scoprire all’Iran una carta vincente poiché possono controllare indispensabili risorse per l’economia mondiale.

Uno degli obiettivi dell’amministrazione Trump era il regime change in Iran e ciò è avvenuto ma non per il meglio. La nuova leadership iraniana è infatti più radicalizzata e propensa a resistere e continuare ad opprimere il popolo che Trump aveva suggerito di volere aiutare. Gli attacchi all’Iran non hanno fatto altro che minimizzare il malcontento e costringere la gente a fare quadrato intorno a un governo malvoluto. Quando un Paese straniero butta bombe che uccidono civili e bambini anche un regime oppressivo ottiene il sostegno del popolo sottomesso. In effetti, gli attacchi hanno avuto l’effetto contrario di causare divisione ed hanno unificato l’Iran contro gli Usa.

Le forze militari americane hanno ovviamente causato notevoli danni all’Iran ma non sono riuscite a sottometterli e costringerli alla resa totale che Trump aveva richiesto in una delle sue tantissime sparate. L’Iran non ha vinto neanche ma un vincitore è emerso: Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano non solo è riuscito a convincere l’amministrazione Trump ad attaccare l’Iran ma ha anche minato la tregua con i continui attacchi a Hezbollah in Libano. Sotto pressione di Trump però Netanyahu ha ceduto e ha annunciato negoziati con il Libano. Siamo tornati dunque ai giorni dei negoziati a Ginevra del mese di febbraio con gli intermediari del governo di Oman. Infatti il ministro degli affari esteri omanita Badr al-Busaidi aveva annunciato notevoli progressi prima che Trump decidesse di attaccare.

Il ritorno al tavolo dei negoziati in Pakistan non ha prodotto risultati positivi. Le due parti si sono bloccate nelle loro posizioni massimaliste. Gli americani hanno insistito sull’eliminazione dell’uranio arricchito onde negare il potenziale di armi nucleari. Gli iraniani hanno insistito sulla rimozione delle sanzioni e richiesto il risarcimento per i danni subiti nei 40 giorni di guerra. Lo speaker del Parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf ha dichiarato che gli Usa non erano “riusciti a conquistarsi la fiducia della delegazione iraniana in questa sessione di negoziati”. Ciò aprirebbe la porta a nuovi incontri ma non si sa se la tregua continuerà. Il fatto che ci siano stati gli incontri diplomatici fra le due parti suggerirebbe che non tutto è perduto. In effetti la strada dei negoziati era quella seguita da Barack Obama. Va ricordato che il 44esimo presidente Usa aveva raggiunto un accordo con l’Iran nel 2015 firmato anche da cinque Paesi chiave. Secondo l’accordo l’Iran si impegnava a limitare il programma nucleare e in cambio avrebbe ottenuto la rimozione delle sanzioni. Trump si ritirò dall’accordo nel 2018 descrivendolo “disastroso”. Evidentemente Obama si era guadagnato la fiducia degli iraniani che non è riuscito a Trump fino adesso. Ma se Obama ha dimostrato pazienza nelle negoziazioni durate cinque anni, il presidente attuale non esibisce altro che minacce e ultimatum. L’ultima reazione di Trump dopo il fallimento dei negoziati è stata di annunciare il blocco immediato dello Stretto di Hormuz che gli iraniani avevano già chiuso permettendo il transito a pochissime navi. Con Obama lo Stretto di Hormuz non fu mai chiuso. Trump però è un pessimo studente di diplomazia limitandosi all’uso della sua politica autoritaria. Il problema è che lui non paga le spese delle sue parole e azioni eccetto forse alle elezioni di midterm a novembre.

Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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