
La calma tesa degli ultimi giorni della scorsa settimana è stata di nuovo rotta: secondo quanto riporta l’agenzia stampa Reuters, sabato pomeriggio l’Iran ha annunciato di aver chiuso lo Stretto di Hormuz dopo aver sparato un colpo di avvertimento contro una imbarcazione che stava cercando di attraversarlo seguendo una rotta non autorizzata. Alle sette di sera ora locale, il Comando Centrale americano rispondeva con una terza salva di attacchi contro il paese mediorientale, ritenuto colpevole di “aver deliberatamente attaccato” una nave container battente bandiera cipriota. Gli scambi di sabato sono stati però solo un assaggio di quanto è accaduto il giorno dopo: Teheran ha nuovamente bloccato l’attraversamento di una seconda nave, e l’esercito statunitense ha lanciato una nuova raffica di missili, colpendo 140 obiettivi. A questo punto, Teheran ha dato il via a una serie di bombardamenti che si sono estesi fino al Qatar, uno dei paesi che si sta adoperando come mediatore per un cessate il fuoco. Un copione che sembra ripetersi da giorni, se non che – nelle ultime ore – è arrivato l’annuncio del presidente americano Donald Trumpche gli Stati Uniti attueranno un nuovo embargo verso tutti i porti iraniani. “Bloccherà solo le navi o i clienti iraniani dall’entrare o uscire,” l’ha definito il presidente sul suo social media Truth. Dove ha anche aggiunto che da ora in avanti gli USA percepiranno un “rimborso” del 20 per cento su tutte le spedizioni che transiteranno dallo Stretto, per “il lavoro di garantire salvezza e sicurezza in questa parte così volatile del mondo.”

Aperture a singhiozzo?
Fino all’annuncio di Trump, il botta e risposta sull’eventuale chiusura dello Stretto, un canale di circa 33 km che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e attraverso cui transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, è stato identico a quello degli ultimi giorni. Nel suo ultimo messaggio pubblico, il Comando americano ha reiterato che “l’Iran non lo controlla” e che “le forze statunitensi sono posizionate e preparate per assicurare che la libertà di navigazione rimanga disponibile per i traporti commerciali”. Ciononostante, l’emittente britannica BBC ha verificato che nessuna imbarcazione commerciale con trasmettitore acceso l’ha attraversato da ieri sera. Otto navi hanno invece navigato nelle sue acque domenica. Ma sei di queste l’hanno fatto mantenendo il loro segnale spento. Il controllo dello Stretto, d’altronde, è diventato il fulcro della reale contesa fra i due paesi. Due funzionari iraniani avevano infatti rivelato a Reuters che cederne il controllo per la Repubblica islamica sarebbe equivalente ad arrendersi. Posizione ribadita pubblicamente anche nel fine settimana da Mohsen Rezaee, uno dei consiglieri diretti del leader supremo iraniano Khamenei. “Più importante di una dozzina di bombe atomiche,” l’ha definito. Secondo gli analisti del Progetto Minacce Critiche (CTP) dell’American Enterprise Institute, l’Iran è dunque determinato a rifiutare qualsiasi soluzione che possa inficiare il suo controllo sul tratto di mare.
Negoziati in stallo?
Questo ha portato al fallimento dell’incontro negoziale che si è tenuto l’11 luglio fra funzionari iraniani e omaniti. Secondo l’emittente americana CNN, la monarchia del Golfo ha proposto due corridoi alternativi: una rotta a sud lungo le sue acque territoriali e in grado di permettere una navigazione senza limiti come prima dell’inizio della guerra. E una secondav a nord, che attraversi le acque territoriali iraniane e che richieda l’approvazione di Teheran, ma senza l’imposizione di tariffe. La proposta è stata rifiutata il giorno successivo. Secondo Barak Ravid, corrispondente di Axios, i negoziatori iraniani non l’hanno potuta accettare e hanno dovuto rientrare a Teheran per discuterla. D’altro canto, secondo Progetto Minacce Critiche, pensa gli attacchi del 12 luglio contro paesi negoziatori come l’Oman e il Qatar sono stati motivati dal fatto che Teheran vede la loro mediazione troppo vicina ai tentativi americani di riaprire lo Stretto. Il canale Telegram affiliato al regime Nour News ha infatti incolpato il Qatar, l’Oman e altri paesi del Golfo non precisati di aprire il “corridoio sud” attraverso lo Stretto, ignorando le decisioni iraniane. Un funzionario anonimo della Repubblica si è poi lamentato con il giornalista Jeremy Scahill di come gli Stati Uniti stiano esercitando pressione sull’Oman, sottolineando che l’idea di aprire un passaggio alternativo “viene dal lato americano”. Il ministro degli Esteri iraniani ha comunque tagliato corto, dicendo che i negoziati non sono stati in grado di raggiungere un risultato a causa della pressione “aperta e sotterranea” degli Stati Uniti.
La soluzione delle armi?
La decisione di aumentare l’uso della forza contro gli stati del Golfo viene interpretato da CPT come un tentativo di ammonirli. Dal canto loro, anche Stati Uniti stanno provando a ottenere con la forza quello che non sta riuscendo alla diplomazia, cioè diminuire la capacità iraniana di attaccare navi commerciali nello Stretto. Nella sola giornata dell’11 luglio, il Comando centrale ha detto di aver colpito circa 140 obiettivi, includendo postazioni di lancio per missili e droni, infrastrutture navali e radar. In tre notti di attacchi, sono state bombardate 300 diverse postazioni. Ma, sempre secondo CTP, non è però gli Stati Uniti potranno danneggiarla la capacità offensiva iraniana a un punto tale da impedire qualsiasi incursione. La scelta dell’attraversamento spetta infatti solo ai capitani delle navi, ai loro proprietari e all’industria navale. Che sono tutti avversi ai rischi. Basta dunque un solo attacco per bloccare il traffico. Per ora, Trump non sembra deviare però dalla sua strategia. “Li abbiamo bombardati fino all’inferno,” ha detto alla trasmissione televisiva “Meet the Press”. Aggiungendo che sabato l’Iran aveva accettato un accordo perfetto: “Nessun nucleare, nessun questo, nessun quello. Hanno rinunciato a tutto. E poi, in un’ora, hanno lanciato un drone contro una nave,” ha detto il presidente americano. Ovviamente, il ministero degli Esteri iraniano ha già smentito, secondo quanto riporta la BBC. Nel frattempo, dopo gli attacchi i prezzi del petrolio sono di nuovo saliti di oltre il 2 per cento nell’indice internazionale di riferimento Brent. Tanto che le Guardie della rivoluzione islamica non hanno perso l’occasione di avvisare che “la continua interferenza può portare a grossi incidenti nel settore globale del petrolio e del gas”. E siamo già attorno alla metà dei 60 giorni a disposizione per trasformare il Memorandum di intesa fra Iran e Stati Uniti in un accordo di pace duraturo. Mentre le prime reazione all’annuncio del blocco di Trump mostrano scetticismo: Bernd Debusmann Jr della BBC ha infatti sottolineato come diversi degli alleati degli americani probabilmente si tireranno indietro di fronte all’idea di rimborsare il 20 per cento dei transiti direttamente al governo di Trump.
Il commento
Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Che il memorandum firmato da Stati e Iran il 19 giugno scorso avesse prodotto una tregua fragile e temporanea era evidente a chiunque ne avesse letto i termini. Si trattava infatti di un compromesso che lasciava irrisolte troppe questioni. E che si prestava a diverse interpretazioni su problemi nodali, dal futuro del programma nucleare iraniano alla gestione dello Stretto di Hormuz. Fondamentale arma in mano a Teheran, quest’ultima, creata proprio dalla decisione israeliana e statunitense di lanciare una nuova serie di attacchi contro l’Iran. L’esile tregua non era solo propedeutica ad aprire una finestra negoziale di due mesi, durante i quali si sarebbero cercate delle difficilissime convergenze su tali spinosi dossier. Serviva anche a consolidare le rispettive posizioni, ovvero a mettere ancor più in difficoltà la controparte. Gli Usa, attraverso forti pressioni sull’Oman, hanno cercato di creare una rotta alternativa a quella settentrionale di Hormuz, per ridurre il controllo dell’Iran sullo Stretto e il potere di ricatto che ne consegue. Colpendo imbarcazioni che utilizzano tale rotta, l’Iran ha riaffermato l’intenzione di fare di Hormuz un suo asset permanente, capace di generare introiti e, soprattutto, di offrire un potentissimo strumento negoziale. E così il conflitto si è riaperto e il rischio che torna ad avvilupparsi in uno spirale di escalation è tornato ad essere molto elevato”.
Michele Bertelli

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