
Dopo la terza notte di attacchi statunitensi di fila, sembra proprio che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti sia ormai definitivamente stato fatto a pezzi. Ora, la paura è che il conflitto si estenda alla regione, coinvolgendo maggiormente i paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti. Le Guardie della rivoluzione islamica hanno infatti annunciato di aver colpito due petroliere emiratine nello Stretto di Hormuz e di aver attaccato basi statunitensi in Bahrain e Giordania. Funzionari da questi due paesi hanno confermato di aver intercettato l’offensiva, senza specificare se ci siano stati danni. Nel frattempo, uno scambio di missili fra Arabia Saudita e Yemen sta facendo temere che il conflitto nella regione si possa espandere oltre il Golfo Persico, coinvolgendo anche gli Houthi, il gruppo ribelle legato all’Iran che dal 2015 controlla il nord ovest dello Yemen.

Il conflitto si allarga allo Yemen?
Secondo quanto ricostruito dall’Istituto per lo studio della guerra (ISW) e dal Progetto Minacce Critiche (CTP) dell’American Institute, gli Houthi hanno denunciato un bombardamento dell’Arabia Saudita contro l’aeroporto internazionale della capitala San’a per impedire l’atterraggio di un aereo con a bordo una loro delegazione di ritorno dai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei. Nato all’inizio degli anni 2000, il movimento degli Houthi ‒ o Ansar Allah ‒ fa infatti parte del cosiddetto Asse della resistenza guidato dall’Iran ed è stato per anni rifornito e addestrato da Teheran. La responsabilità dell’operazione all’aeroporto è stata successivamente reclamata dal governo yemenita ufficiale, che con gli Houthi combatte una guerra civile dal 2015 ed è sostenuto da Riyadh. In risposta, Ansar Allah ha deciso comunque un lancio di missili e droni vero l’aeroporto internazionale saudita di Abha International Airport. Secondo il Wall Street Journal, lo scambio rappresenta il primo combattimento significativo dall’inizio della tregua del 2022 fra San’a e diversi paesi arabi. La preoccupazione è che la scintilla possa portare a una ripresa degli attacchi alle navi che transitano dallo Stretto di Bab al-Mandeb, con un notevole rischio per l’economia globale.
Il commercio strozzato?
Dopo l’attacco di Israele a Gaza nell’ottobre del 2023 gli Houthi, per solidarietà con i palestinesi, decisero di intraprendere una serie di attacchi contro le navi commerciali che attraversavano il Mar Rosso meridionale . Nel solo 2024, secondo ACLED, effettuarono 150 attacchi, bloccando quasi del tutto il traffico marittimo attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez e venendo a più miti consigli solo dopo due mesi di bombardamenti aerei lanciati da Trump contro di loro. Dalla fine del 2025, gli Houthi hanno dichiarato di aver fermato il fuoco. Una ripresa dell’instabilità nel Mar Rosso ha rischi enormi per l’Arabia Saudita che spedisce buona parte del suo petrolio attraverso il Mar Rosso per evitare lo Stretto di Hormuz, il cui controllo viene rivendicato dall’Iran, la posta in gioco è cresciuta enormemente. Al momento, le petroliere saudite percorrono infatti centinaia di miglia lungo le coste controllate da Ansar Allah per arrivare a Bab al-Mandeb, un altro collo di bottiglia cardine del commercio mondiale. Il Wall Street Journal sottolinea quindi come, dall’inizio della guerra, l’Arabia Saudita abbiamo lavorato per mantenere aperto il canale diplomatico con gli Houthi e tenerli fuori dalle ostilità. Anche gli Stati Uniti e Israele, dal canto loro, hanno evitato ogni provocazione. Ma ora le cose potrebbero essere cambiate. Due funzionari americani avrebbero infatti rivelato al sito americano Axios che sarebbe stato lo stesso Trump a dare al principe saudita Mohammed Bin Salman (MBS) il beneplacito a future azioni militari contro gli insorti yemeniti. Se sia lo Stretto di Bab al-Mandeb che quello di Hormuz venissero bloccati, le conseguenze per il commercio mondiale sarebbero gravissime.
Un pedaggio per lo Stretto?
Nel frattempo, Donald Trump ha dichiarato che non applicherà il pedaggio del 20% sul valore di ogni carico che attraversa lo Stretto di Hormuz fra Iran e Oman. Secondo le stime di alcuni esperti intervistati dal New York Times, il pedaggio avrebbbe probabilmente raddoppiato il costo delle spedizioni del petrolio. Per una petroliera che trasporta due milioni di barili, ad esempio, il pedaggio avrebbe aggiunto oltre 30 milioni di dollari di costi. Diversi rimangono quindi scettici sulle reali possibilità che una misura del genere possa mai essere applicata. Nello Stretto del sudest asiatico di Malacca, ad esempio, un pagamento è contemplato solo per ricevere dei servizi specifici, come una guida per navigare nei punti più stretti. Inoltre, anche l’assetto politico di Malacca è essenzialmente diverso, dato che la sua amministrazione è gestita da tre paesi diversi che non hanno avuto episodi di guerra negli ultimi 60 anni. Per questo motivo, non si capisce come Trump potesse pensare di implementare l’imposizione di un pedaggio dopo aver passato mesi a rinfacciare all’Iran di non poterlo fare. Dal canto suo, Teheran non ha perso l’occasione per dare una stoccata agli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi si è infatti affrettato ad affermare su X che “Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque garantisca un passaggio sicuro alle imbarcazioni commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz deve essere compensato per il suo servizio”. E, nel caso l’ironia non fosse evidente, aveva aggiunto che il 20% è ovviamente troppo. “Noi saremo più equi,” ha detto. Nonostante la deflagrazione del conflitto, sembra comunque che nessuno dei due paesi sia pronto a tornare a una guerra a tutto campo. Come fa notare l’ISW, al momento le operazioni rimangono comunque meno diffuse e più limitate se comparate con la scala di marzo e aprile. E anche l’Iran non ha messo nel mirino né grandi infrastrutture civili nei paesi del Golfo, né lo stesso Israele. Tanto che, alla fine, Trump ha fatto dietro front. Almeno per il momento.
Il commento
Di Eleonora Ardemagni, ISPI Senior Associate Research Fellow
“Le monarchie del Golfo sono tornate a essere teatro del conflitto fra Stati Uniti e Iran: una guerra a intensità variabile, di cui il Memorandum è stata soltanto una pausa tattica. Anche i mediatori sono nel mirino: l’Iran attacca le navi lungo la rotta che l’Oman ha predisposto per uscire da Hormuz. Il teatro del conflitto potrebbe persino raddoppiare con Bab el-Mandeb, oggi indispensabile per l’export petrolifero dell’Arabia Saudita. Infatti, l’attacco degli Houthi yemeniti contro un aeroporto saudita è il primo da quattro anni e segnala che gli Houthi non considerano più strategica la tregua con i sauditi e quindi sono pronti a sacrificarla nel “secondo tempo” della guerra a Teheran. Massimizzando così la pressione su Riyadh, quindi su Washington. Tra sauditi e Houthi non sarà un’escalation immediata, ma basta il rischio: è già l’inizio di una fase nuova e altamente instabile, in cui le infrastrutture sono gli obiettivi.”
Michele Bertelli

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