
La sai l’ultima. Un po’ di capilista bloccati e un po’ di preferenze. L’ennesimo compromesso costruito non per restituire agli elettori il diritto di scegliere ma per rassicurare le segreterie dei partiti. Cambia la confezione ma il prodotto resta lo stesso.
Il cittadino continua a votare un simbolo mentre qualcun altro decide chi entrerà davvero in Parlamento. Eppure la domanda è semplice. Se la Costituzione affida la sovranità al popolo perché il popolo non dovrebbe poter scegliere fino in fondo i propri rappresentanti. Per quale motivo il rapporto di fiducia dovrebbe nascere tra un eletto e il partito invece che tra un eletto e i cittadini che lo hanno votato.
Da anni si gira attorno allo stesso problema senza mai affrontarlo davvero. Si cambiano formule soglie collegi premi di maggioranza e sistemi misti ma il nodo resta sempre lì. Chi decide gli eletti. Se la risposta continua a essere le segreterie allora tutto il resto diventa un esercizio di ingegneria politica che interessa chi siede nei palazzi molto più di chi ogni cinque anni entra in una cabina elettorale.
L’ultima proposta ricorda il quanto basta delle ricette della nonna. Un po’ di questo un po’ di quello e il piatto dovrebbe funzionare. Solo che la nonna conosceva gli ingredienti e sapeva trovare il giusto equilibrio. Qui invece il quanto basta diventa un metodo legislativo. Si aggiunge una preferenza si toglie un collegio si lascia qualche capolista bloccato e si spera che il compromesso basti a trasformare una cattiva legge in una buona legge.
Ma una legge elettorale non è una ricetta. È l’architettura della democrazia. È lo strumento che misura la distanza tra il Paese reale e il Palazzo. Quando nasce per garantire gli equilibri dei partiti invece della rappresentanza dei cittadini produce un solo risultato. Allontana gli elettori e rende sempre più debole il rapporto di fiducia con le istituzioni.
L’astensionismo non cresce per caso. Cresce quando le persone hanno la sensazione che il loro voto pesi sempre meno e che le decisioni importanti vengano prese altrove. Ogni volta che si limita la possibilità di scegliere un candidato si rafforza l’idea che il Parlamento sia composto più da nominati che da rappresentanti. È un’impressione che la politica continua a sottovalutare e che invece alimenta ogni giorno la distanza tra cittadini e istituzioni. Da oltre trent’anni cambiamo leggi elettorali con una regolarità impressionante. Ogni riforma viene presentata come quella definitiva e ogni volta dopo pochi anni si ricomincia da capo. Il motivo è evidente. Non si cerca la legge migliore per il Paese ma quella più conveniente per gli equilibri del momento. Siamo arrivati all’ubriacatura delle proposte. Ognuno aggiunge un ingrediente convinto di avere trovato la formula giusta mentre il problema resta sempre lo stesso. Restituire agli elettori il diritto di scegliere davvero.
Finché questo principio continuerà a essere sacrificato sull’altare dei compromessi nessuna legge elettorale potrà dirsi davvero democratica. E forse il vero alcol test non dovrebbe essere riservato a chi la vota ma a chi continua ostinatamente a scriverla.
Angelo Santoro

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