Non ho paura di Riina, né della sua stirpe né dei suoi simili. Sentirli parlare, guardarli in faccia mentre tentano di ragionare mi dà anzi soddisfazione: misuro con più precisione gli abissi che ci dividono. Non mi spaventa che scrivano libri, inventino alibi o raccontino la loro intimità per darsi una parvenza umana. La Ninetta Bagarella intervistata nel 1971 da Mario Francese era una donna innamorata, sicura della sua scelta, che confidava al cronista anche aspetti dolorosi, sognando “un matrimonio alla luce del sole”. Sono punti di vista, sfaccettature, che permettono di cogliere non solo quanto ci sia di insanabilmente diverso tra noi, ma anche tutto ciò che invece c’è di simile, che ci piaccia o no.
Non mi aspettavo nulla da Riina jr seduto nel salotto di Vespa. Né prese di distanza, né dissociazioni, né rivelazioni sui misteri che ancora infestano questo Paese, né, al contrario, un elogio a Cosa nostra. Così come nessuno si aspettava dai mostri processati a Norimberga – uomini anche loro – che parlassero di Olocausto: raccontavano alla sbarra la “banalità del male”, si giustificavano col punto di vista dell’imputato, mica dei milioni di vittime.
No, non ho paura dei Riina e dei loro simili perché so esattamente come inquadrarli. Parlino liberamente, vadano in tv, lavorino, viaggino, leggano, ascoltino buona musica, facciano l’amore: nulla può cancellare la Storia, il sangue, le stragi, le minacce, la violenza, i cadaveri sciolti nell’acido.
Io ho il terrore invece di quelli che vorrebbero decidere al mio posto cosa dovrei leggere, sentire, guardare, scrivere e impormi sulla scorta di una presunta superiorità morale – e quanto è facile fare i duri e puri quando dall’altra parte c’è il figlio condannato per mafia di un boss stragista e pluriergastolano – cosa è giusto e cosa no. Gente che ipotizza di censurare un programma televisivo perché l’ospite è discutibile, senza capire che la libertà anche di non vedere un programma che va in onda è il bene supremo e, non a caso, ai mafiosi, agli assassini, ai delinquenti si toglie proprio quella, la libertà. Ed è sempre la libertà che i mafiosi e i corrotti tolgono agli ambienti in cui pullulano.
Io ho paura del paradosso per antonomasia, cioè quello del sindacato dei giornalisti che scende in campo contro Vespa e che dunque avrebbe preferito – forse in nome della libertà di stampa – la censura. Ho paura dell’antimafia di maniera, quella ben vestita e col rossetto, che scambia le mazzette per vassoi di dolci, che siede ai vertici di importanti organismi, che evoca il “fresco profumo di libertà” e che poi l’altro giorno chiedeva l’istituzione del reato di apologia della mafia, o che ci spiegava “come si fanno le domande antimafia” o che parla addirittura di “negazionismo”. Temo chi sostiene che “il servizio pubblico non può fare certe cose”, come se l’informazione non fosse sempre un bene pubblico indipendentemente da chi mette il capitale. Mi preoccupa chi afferma che “Vespa non è mica Biagi o Francese” perché forse non si è accorto che Vespa sta in quel salotto da anni e ha sempre fatto il suo mestiere in questo modo.
Mi fa paura chi parla di “utilità” dello show dell’altra sera. L’utile si valuta nelle questioni economiche, nella vita conta invece ben poco e nel giornalismo è un concetto veramente sconfinato: Riina jr certi punti non ha voluto toccarli, ha persino detto che non sa cosa sia la mafia e sono risposte, spunti, anche questi. Infine ho paura degli anatemi e di chi appende cartelli per dire che “qui non si vende il libro di Riina”, ma poi ha quelli di Cuffaro, perché tutto questo poggia sul più terribile dei presupposti: che la gente sia stupida, non capisca e abbia bisogno di qualcuno che decida al suo posto cosa pensare e comprare.
Ci vuole una mente molto libera per afferrare certe cose, che scarti pregiudizi e strade comode, sforzandosi di portare sempre alle estreme conseguenze ogni ragionamento: oggi censuriamo Riina perché sgradito e domani il collegio dei saggi censurerà noi; oggi appendiamo cartelli contro un libro e domani ci ritroveremo con una stella sul petto. Il giornalismo – ne esiste uno solo, quello fatto correttamente – può avere un solo limite ed è la deontologia professionale. Temete chi vi dice il contrario, vi vuole solo meno liberi, meno informati, meno capaci di capire. Vi vuole schiavi, proprio come la mafia.

Concordo pienamente con il contenuto dell’articolo. Conosco pochissimi Vespa .Credo di averlo veduto due o tre volte . Una fisicamente in albergo e poi,al ritorno in aereo durante un viaggio in India( viaggiavamo ovviamente in classi diverse lui in lusso ed in in quella più economica ) mi rimane anche piuttosto antipatico ma nel caso odierno sono totalmente solidale con lui. Trovo stupide e pretestuose le accuse e critiche che gli vengono mosse. Ma purtroppo in questa italietta dove vegetiamo la ‘prevalenza del cretino’ continua a dettare legge. Fruttero e Lucentini dovrebbero riscrivere il loro libretto in più tomi. L’intervista del reinotto non l’ho vista e non mi interessano trasmissioni cardinalizie ,per non dire pretesche,come quelle del suddetto Bruno Vespa.
Per quanto riguarda la Bindi dobbiamo ringraziarla perché ci induce alla castità con la sua sola visione. Per la Boschi invece ci stupisce che a suo tempo non la abbia scoperta il buon Silvio. Nonostante tutto sarebbe stata meglio, anche politicamente di Verdini. Al peggio non c’è mai fine. Andiamo avanti e domenica andiamo a votare !