Rugby, politica, uomini, apartheid, perdono, nazione arcobaleno, un popolo/ una nazione, un sogno di questo parla Clint Eastwood nel suo ultimo film Invictus, (L’invincibile), nei nostri schermi da venerdì 26 febbraio
Un altro successo per Clint Eastwood, un altro successo per il cinema americano, che sa ancora raccontare storie, un altro successo per Morgan Freeman, candidato all’Oscar come miglior attore e per Matt Demmon candidato alla statuetta come attore non protagonista. In poche parole un trionfo che premia l’impegno di chi crede ancora nel mestiere di attore, regista, sceneggiatore, di chi crede ancora nel mestiere del cinema e che in questo mestiere ci mette il cuore.
Maestosa la recitazione di Morgan Freeman che si è trasformato in un perfetto Nelson Mandela, e non solo per merito del truccatore. Freeman ha avuto la pazienza e la fortuna di trovare in un copione il Suo personaggio e lo ha reso al meglio. Non gli è da meno Matt Demmon che impersona Francois Pienaar, il capitano della squadra di rugby più odiata sia in patria che nel resto del mondo perchè simbolo dell’apartheid, gli Spingboks.
Lo impersona come gli attori americani sanno fare: dopo averlo conosciuto, dopo essersi allenato, dopo aver letto e studiato , dopo aver perfino giocato a rugby. Lontani anni luce, questi professionisti, dai nostri attori che dopo uno spot di successo o dopo un’apparizione in tv credono di essere in grado di saper recitare.
Il film, interamente girato tra Cap Town e Joannesburg è il racconto di un evento di cui non molti sono a conoscenza, il momento in cui la nazione “arcobaleno”, sognata da Mandela, si è unita e pacificata grazie ad uno sport.
Può un uomo coltivare un sogno e tenerlo vivo per 27 anni in una situazionedi continua persecuzione? Può quello stesso uomo vivere per 27 anni in una cella larga quanto l’apertura delle sue braccia e poco più lunga? Può, una volta uscito, parlare di perdono e darsi da fare per far sì che il suo sogno si avveri? Può se quell’uomo si chiama Mandiba/Mandela, se il sogno è quello di unificare uno stato, il Sudafrica, diviso e dilaniato dall’apartheid, se quell’uomo in carcere ha letto e trovato sostegno, facendone il suo credo e la sua forza, una poesia di William Ernest Henleyrnest, appunto quella Invictus che dà il titolo al film.
Non importa quanto sia stretta la porta,/ quanto piena di castighi la pergamena,/ io sono il padrone del mio destino, / io sono il capitano della mia anima.
E da qui sono partiti Clint Eastwood e Morgan Freeman per regalarci un film che definire bello sarebbe sminuirne la forza, il coinvolgimento, la verità di una storia che fa grandi gli uomini.
Il film parla di riconciliazione e perdono che Mandela mette in atto, in prima persona, fin dai primi giorni del suo mandato, affrontando la diffidenza e l’incomprensione non solo degli Afrikaner ma anche di coloro che lo hanno eletto.
Perfino i suoi collaboratori più stretti all’inizio non capiscono perchè devono condividere con i bianchi l’incarico di addetti alla sicurezza del Presidente, non si capacitano del fatto che Madiba/Mandela si ostini in un progetto “futile” davanti ai tanti problemi che affliggono il paese (la mancanza di case,l’istruzione, il reddito, i rapporti internazionali), ma quella che persegue Mandela è una partita importante, è la partiita per la pace, è la partita per la nascita della nazione arcobaleno, è la partita per il vero superamento dell’apartheid.
Certo c’è un’ammirazione sconfinata per quest’uomo da parte del regista che, presentando il film alla stampa americana, ha affermato: “… oggi abbiamo bisogno di leader come lui, che ci spingano a diventare migliori”; ammirazione che non manca anche da parte di Freeman, fra i produttori del film, che, dopo aver per anni accarezzato l’idea di trarre un film dalle memorie di Mandela, impresa che si è rilevata impossibile, ha avuto la fortuna di trovare il personaggio della sua carriera e di essere scelto dallo stesso Mandela per interpretarlo sullo schermo. Ma nonostante questo molto lontano, per fortuna, dai santini che un certo tipo di cinema ama proporre, un esempio per tutti:l’assurda celebrazione del dittatorello Chavez da parte di un autore, Oliver Stone, che altre prove aveva saputo darci in passato, Invictus racconta una delle tante azioni intraprese da Mandela per pacificare il paese cui aveva dedicato un’intera vita.
Maria Rita Monaco

erano altri tempi, neanche tanto lontani, ma soprattutto erano uomini diversi, di grande spessore, attualmente pare che uomini così non se ne facciano più, peccato
Un bellissimo film, davvero, che ci regala la nostalgia di grandi uomini, di autentici leaders…