Dal declino dell’Impero Romano non c’è nella storia d’Italia un momento esente da interferenze straniere: scorrerie, invasioni, dominio di sovrani esteri e del papa, nemico storico della sua indipendenza. Per quanto ovvio, questo tragico passato va ricordato perché dilaga un allarme esagerato: gli italiani odierni sarebbero esposti a interferenze dirette o indirette di imbonitori d’Oltralpe, come non bastassero quelli nostrani.
I rimedi proposti contro influenze occulte sono peggiori del male. Per esempio, oggi dilaga la pretesa che, per intervenire in dibattiti elettorali, i giornalisti dovrebbero dichiarare da che parte sono schierati, in barba al principio costituzionale che garantisce la segretezza del voto e di quanto lo precede: l’opinione personale. A questo modo si confonde la libertà (di premettere, se si vuole e di volta in volta, la propria convinzione) con un obbligo. Una pretesa da regime. D’altronde, va ricordato, l’Ordine dei giornalisti fu istituito dal fascismo proprio per imbavagliare l’opposizione partitica, ideologica, culturale. Alla caduta del regime, i direttori d’età mussoliniana (molti dei quali professionalmente validi) furono cacciati e sostituiti con figure talvolta scialbe, altre volte con abili riciclati. Ciò che però più conta, l’Ordine rimase e perdura come l’Obelisco Mussolini dinnanzi al Villaggio Olimpico a Roma. Non da venerare, ma da meditare.
In secondo luogo occorre mettere in guardia da chi… mette in guardia.
È il caso del fatuo allarmismo imperversante contro le supposte “interferenze” del presidente della Repubblica federale russa, Vladimir Putin, nella imminente campagna elettorale italiana. Al riguardo va detto che, come ogni altro abitante del pianeta, Putin ha tutti i diritti di cercare di influenzare l’orientamento degli elettori italiani, così come quelli nostrani hanno o dovrebbero avere piena libertà di far altrettanto con le elezioni di casa sua e di ogni altro paese. Se proprio vogliamo parlare di “interferenze”, ricordiamo l’argomento principe agitato a sostegno di campagne militari devastanti intraprese da Stati che si arrogarono il diritto di “esportare la democrazia” e di trapiantarla a forza in altri continenti, saltando a pie’ pari la storia: una pretesa, questa, che l’antico colonialismo non aveva mai accampato. Esso cercò di cancellare o almeno di contrastare le pratiche più ripugnanti, come la tratta degli schiavi, l’escissione del clitoride alle bambine…, ma si rese conto che occorreva tempo. Fu quanto l’Italia si trovò dinnanzi agli occhi in Eritrea, Somalia e in Libia tra il 1885 e il 1912.
Per capire il ridicolo dell’allarme in corso a tutela degli elettori nostrani da ingerenze straniere basta dare una spolverata alla memoria storica. Nel 1859 l’Italia era ancora sotto il peso di dominazioni straniere plurisecolari, con buona pace di neoborbonici, neopapisti e neoasburgici. In sintesi estrema, tra il 1848 e il 1870 l’Italia raggiunse l’unificazione nazionale (parziale) proprio grazie alla somma di interferenze delle maggiori potenze, che indebolirono l’impero d’Austria e lo costrinsero a cedere a Vittorio Emanuele II il Lombardo-Veneto (1859-1866), lasciarono mano libera al “Piemonte” nei Ducati Padani, in Toscana e nelle Legazioni pontificie e non batterono ciglio quando il Re di Sardegna invase il Mezzogiorno, senza dichiarazione di guerra, per imbrigliare la situazione che stava scappando di mano a Garibaldi, attorniato da patrioti inconcludenti (lo ricorda Nico Perrone in saggi magistrali).
L’Italia nacque da interferenze colossali. Sia pure con qualche esagerazione gli osservatori stranieri conclusero che la sua unificazione era dovuta a tre “Esse”: Solferino (vittoria di Napoleone III su Francesco Giuseppe d’Asburgo), Sadowa (della Prussia sull’Austria) e Sedan (di Bismark su Napoleone III). Fu una vittoria decisiva, questa, perché spinse il governo italiano a invadere il Lazio e a entrare in Roma previo bombardamento e assalto alla baionetta per piegare la resistenza dei papalini, ormai privi del supporto francese.
A parte il percorso militare che portò all’unificazione (proiettato sino al 1918, alla pace di Saint-Germain, alla marcia di d’Annunzio su Fiume, all’intricata politica estera del ventennio seguente, in controcanto con quella degli altri Stati, niente affatto teneri nei confronti dell’Italia), diamo uno sguardo alle “interferenze” nelle elezioni politiche. Nel 1890 venne alla luce l’ingente finanziamento accordato da Enrico Cernuschi (Milano 1821-Mentone, 1896) ai radicali italiani guidati da Felice Cavallotti, lanciato a testa bassa contro Francesco Crispi. Cernuschi meriterebbe un ampio ritratto. Appartiene a quel nucleo di italiani (come Costantino Nigra) che visse a lungo con un piede e mezzo all’estero, specie in Francia, e vi fece cospicua fortuna. Tra questi va ricordato il conte Francesco Arese (Milano, 1805-Firenze, 1881). Figlio di Antonietta Fagnani, molto cara al poeta Ugo Foscolo, cresciuto con Luigi Napoleone (futuro Napoleone III), carbonaro, poi mazziniano, volontario nella Legione straniera francese, impegnata a “normalizzare” l’Algeria con metodi oggi orripilanti, esploratore del Mississippi, eletto deputato a Torino, senatore del regno di Sardegna dal 1854, fu artefice della trama coronata dagli accordi di Plombières (luglio 1858) preludenti all’alleanza sardo-francese contro Vienna. Presidente del Consiglio designato alle dimissioni di Cavour dopo l’armistizio di Villafranca (luglio 1859), fu lui a ottenere che Napoleone III riconoscesse “obtorto collo” il regno d’Italia (6 giugno 1861). Dopo la forzata abdicazione Napoleone III gli affidò la cura dei suoi beni in Italia. In quella veste Arese negoziò la vendita delle immense proprietà napoleoniche sul Colle Palatino a Vittorio Emanuele II, che le donò alla Città Eterna. Quella è la Roma che suscita l’emozione di tanti pellegrini, come Emmanuel Macron, il cui elogio di Gentiloni (ben dato e ben meritato) è molto peggio che un’interferenza nella campagna elettorale…: suona ironica.
Cernuschi, federalista come Carlo Cattaneo e artefice delle Cinque Giornate milanesi contro Radetzky (marzo 1848), esule a Lugano, volontario a Roma nella Repubblica romana del 1849, antimazziniano, fortunato affarista in Francia (accumulò enorme ricchezza tra abili operazioni finanziarie e lucroso commercio di carni) ed esperto di questioni monetarie (fautore del bimetallismo). in vista delle elezioni italiane del novembre 1890 versò centomila lire “in nero” a sostegno dei candidati radicali e repubblicani, guidati da Felice Cavallotti, contrari al rinnovo della Triplice Alleanza di Roma con Vienna e Berlino e decisi a riportare l’Italia sotto influenza francese. Gli andò male. Grazie al convinto sostegno del ministro del Tesoro e delle Finanze, Giovanni Giolitti (secondo il quale i francesi erano costituzionalmente indeboliti dall’abuso di alcool), Crispi ottenne un clamoroso successo proprio nelle regioni settentrionali, ove si affermarono anche socialisti come Andrea Costa, allievo di Giosue Carducci, a sua volta legato a Crispi e allo stratega del “partito italiano”: Adriano Lemmi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia. L’interferenza di Cernuschi ebbe effetto contrario alle sue speranze, perché gli elettori seppero decidere da sé.
La Francia imboccò allora altre vie per influire sull’elettorato italiano. Venne rispolverato un vecchio documento giudiziario per screditare Lemmi. Parigi incitò la sinistra filofrancese contro Carducci (fischiato dagli studenti a Bologna) e soprattutto sguinzagliò il prezzolato Léo Taxil, ex segretario della garibaldina lega anticlericale (ateo militante), che finse una clamorosa conversione alla fede verace. Dopo aver pubblicato “Gli amori segreti di Pio IX” e altri libelli anticattolici, Taxil si fece ricevere da papa Leone XIII che gli domandò quale fosse il suo desiderio e si sentì rispondere “Morire ai suoi piedi, Santità”. I romanzacci antimassonici di Taxil, Domenico Margiotta e di modesti scrittori di “La Civiltà Cattolica” suscitarono un’onda scandalistica con ricadute sulle elezioni italiane del 1892, 1895 e 1897. Alla fine Taxil confessò di essersi inventato tutto e si ritirò a scrivere ricette gastronomiche per una rivistucola di provincia. Aveva fatto la sua parte. Nel frattempo Roma aveva rinnovato la Triplice con Berlino e Vienna ottenendo dall’Austria la certezza che, in caso di espansione nei Balcani (con l’acquisizione di Bosnia, Erzegovina e altro), avrebbe riconosciuto “compensi” all’Italia: clausola alla base delle lunghe e vane trattative del 1914-1915 per tenere l’Italia fuori della Grande Guerra.
A cospetto di quanto è avvenuto nei secoli, è davvero sconcertante il malriposto scandalo odierno per presunte interferenze estere sugli elettori italiani. Basti ricordare, a conclusione provvisoria, quanto accadde nel 1946-1948. Il referendum che il 2-3 giugno 1946 segnò il passaggio dalla monarchia alla repubblica fu condizionato dal timore che l’Armata Rossa avrebbe rotto i confini in caso di vittoria monarchica. Venne diffusa ad arte la voce che fosse pronta l’insurrezione social-comunista: una leggenda, ma efficace. Nenni minacciò: “La repubblica o il caos”. Si aggiunse (e quella fu realtà dolente) l’inerzia degli anglo-americani, che non mossero un dito a sostegno della monarchia, perché preferivano un’Italia debole, alla quale imporre l’umiliante Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Quanto alle elezioni del 1948, è noto che si risolsero nel duello pro o contro l’incubo di Stalin, pro e contro gli aiuti assicurati all’Italia dal piano Marshall. Interferenze? L’Italia era ed è in Europa, era ed è nel mondo. Non è al di fuori della storia. Se le interferenze si limitassero a pressioni sull’opinione degli elettori sarebbero poca cosa rispetto al massiccio spostamento del fronte Nato sempre più a est, nell’illusione che la Russia sarebbe rimasta inebetita a guardare.
Gli elettori sono adulti e sanno decidere. Se non lo sono o se non si recano alle urne, qualcun altro deciderà al posto loro. Gli assenti avranno comunque torto, come ha ammonito il Presidente Mattarella nel discorso del 31 gennaio.
Aldo A. Mola

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