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“Insistere sull’abbandono dell’euro in favore della lira vuol dire …”

di Sàntolo Cannavale | 18 Agosto 2014

E’ accettabile l’analisi proposta nel corso dell’articolo di Wall Street Italia, non è condivisibile la semplicistica, abusata soluzione di tornare all’uso della lira nel nostro Paese.

In questi giorni di agosto su diversi giornali si è tornati insistentemente a propugnare l’opportunità o addirittura la necessità di abbandonare l’euro e ripristinare la lira nei pagamenti e negli scambi nazionali.

Uno degli articoli che hanno trattato l’argomento è pubblicato su “Wall Street Italia”: “Ritorno alla Lira, univa via d’uscita dalla crisi”. Lo stesso fa riferimento ad uno scritto apparso sulla testata “The Telegraph” a firma Ambrose Evans Pritchard: “Italy’s Renzi must bring back the lire to end depression” (L’Italia di Renzi deve ripristinare la lira per porre fine alla depressione).

E’ accettabile l’analisi proposta nel corso dell’articolo di Wall Street Italia, non è condivisibile la semplicistica, abusata soluzione di tornare all’uso della lira nel nostro Paese. La moneta è e resta uno strumento, uno dei tanti strumenti al servizio dell’economia.

La moneta euro nei primi anni a partire dal 2001 ha ben servito l’economia italiana con tassi d’interesse particolarmente bassi ed allettanti, tanto da indurre gli industriali a incrementare i programmi d’investimento e far acquistare la casa – in molti casi la doppia abitazione – a milioni di italiani con rate di mutuo compatibili con i redditi dei mutuatari.

Sono testimone diretto di questo evento, avendo sottoscritto in quegli anni, in qualità di funzionario di direzione del Banco di Napoli ed in rappresentanza dello stesso, centinaia di contratti di mutuo fondiario, in un clima di sana, concludente propensione agli acquisti e con reciproca soddisfazione di contraenti e banca.

La stessa moneta euro a partire dal 2001 ha ben servito i gestori nazionali del debito pubblico che hanno ripagato le obbligazioni dello Stato con tassi d’interesse particolarmente bassi e premianti per il debitore Stato. Da rammentare semplicemente che i tassi d’interesse pagati dal Tesoro italiano prima del 2000 erano a due cifre: una situazione a dir poco inconcepibile rispetto agli interessi pagati su BOT, CCT e BTP con l’adozione dell’euro.

Erano quelli gli anni nei quali occorreva mettere fieno nel fienile, sgrossare il debito pubblico e finalizzare le spese agli interventi di riqualificazione e ristrutturazione dell’apparato produttivo della Nazione. Allora come oggi era fondamentale sperimentare ed applicare con determinazione la selezione ed il controllo della spesa (“spending review”), destinando parte delle risorse risparmiate, come già annotato, agli investimenti produttivi.

Dunque la moneta è e resta uno strumento nelle mani degli “orchestrali” (politici, industriali, pubblici amministratori, sindacalisti, ecc.) che possono conseguire buoni risultati se operano con correttezza, lungimiranza, senso dello Stato, ecc. ecc..

Il tutto, a prescindere dalla moneta utilizzata, sia essa l’euro, la lira, il dollaro, la sterlina, lo yen giapponese o il renminbi cinese.

Insistere sull’abbandono dell’euro in favore della lira vuol dire perdere tempo prezioso, disapplicarsi dalle problematiche vere del Paese, lavorare su una soluzione fuorviante e dannosa o, molto semplicemente, può voler dire che non si sa come affrontare l’attuale situazione caratterizzata da un debito pubblico di 2.160 miliardi di euro, in crescita inarrestabile e ingestibile da parte degli uomini attualmente preposti (non votati) alla gestione della cosa pubblica.

Pubblicato in : Primo piano

Info Sàntolo Cannavale

Laureato in Economia e Commercio, vanta una grossa esperienza nell’ambito bancario. Ha scritto numerosi articoli a sfondo economico-finanziario. Nel 1992 ha pubblicato “Bot, Cct, Btp: Chi salderà il conto? Debito pubblico e riforme elettorali. Crisi dell’Est europeo e riflessi sull’economia italiana”.

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