
Il picco influenzale non sta “mettendo in difficoltà” i Pronto Soccorso: li sta soffocando. Strutture già cronicamente sotto organico, impoverite di risorse e abbandonate da una medicina territoriale fantasma oggi pagano il conto di anni di inerzia. E come sempre a finire sotto accusa non è il sistema, ma chi quel sistema lo tiene in piedi a mani nude. La domanda è semplice: cosa si può fare subito per alleggerire il carico e allo stesso tempo affrontare le cause strutturali del problema? Perché spendere risorse nell’emergenza senza curare la malattia equivale a tamponare una ferita che continua a sanguinare. E in questo scenario anche i cittadini hanno una responsabilità diretta. Dietro un incidente, un malore improvviso o un sospetto ictus non contano né soldi né conoscenze. Conta chi sale sull’auto medica, con quale esperienza e con quale capacità di decidere oltre il protocollo. Perché i protocolli sono linee guida, non oracoli. I sintomi di un ictus transitorio possono essere confusi con un attacco epilettico: pochi minuti di esitazione, una valutazione frettolosa, e il destino di una persona cambia per sempre. Eppure continuiamo ad affollare i Pronto Soccorso per febbri stagionali e dolori gestibili altrove, trasformando l’emergenza in una sala d’attesa permanente. È una mancanza di rispetto verso chi lavora sotto pressione e verso chi, in quel momento, sta lottando davvero per la vita. Il paradosso è tutto qui: mentre i Pronto Soccorso collassano la guardia medica resta un servizio storicamente latente. Oggi risponde al telefono e prescrive farmaci senza conoscere il paziente senza visitarlo, senza assumersi una reale responsabilità clinica. È medicina? No. È una scorciatoia pericolosa. Altro che protocolli. Poi ci stupiamo se le barelle invadono i corridoi e se l’emergenza diventa routine. Il problema non è l’influenza. Il problema è un sistema che da anni finge di non vedere la corda che stringe.
Angelo Santoro

Lascia un commento