Un paese bloccato
L’immobilità italiana, l’assenza di una classe dirigente che guidi il Paese e l’esempio di Necci.

D’altra parte, la politica è screditata, le istituzioni sono deboli e in conflitto tra loro, la burocrazia è sorda e cieca, il capitalismo è rimasto senza capitani, le parti sociali sono ferme a vecchie liturgie: se l’Italia declina è perché manca una classe dirigente autorevole, nazionale e locale, capace di esercitare il potere – democratico, s’intende – senza il quale c’è spazio solo per il populismo (che alligna a destra) e la retorica massimalista (che sta a sinistra).
Affronto questo tema indotto anche e soprattutto dalla ricorrenza della morte di Lorenzo Necci, avvenuta sette anni fa esatti. E siccome Necci era “un uomo ad alta velocità” che viveva in un paese che già allora, e da molto tempo, era “bloccato”, rievocarne la figura, come fa un bel libro (“Memento. La mia storia” edito da Magi in collaborazione con l’Agenzia Dire) e come è stato fatto in un incontro promosso dalla Fondazione Necci gestita dalla figlia Alessandra, non può che aiutarci a trovare il bandolo della crisi italiana. Perché, in effetti, la figura di Lorenzo Necci incarna alla perfezione la dicotomia tra una visione innovativa e dinamica del futuro, come era la sua e come ci vuole se s’intende uscire dall’empasse strutturale in cui siamo, e la difficoltà di realizzare qualunque progetto in un paese “indecisionista” come è l’Italia.
Non è un caso che Necci seppe conquistarsi un ruolo da prim’attore negli anni Ottanta e nella prima parte del decennio successivo, rinnovando in modo significativo settori produttivi strategici come quelli della chimica, dell’energia, dei trasporti e della logistica. Poi quando la narrazione (per dirla con Vendola) prese il posto del pragmatismo, e alla condanna della politica (Tangentopoli) si accompagnò la gogna per i manager pubblici ribattezzati “boiardi di Stato”, ecco che il “padre della Tav”, chi aveva trasformato le vecchie Fs in una moderna società per azioni e guardava a una trasformazione dell’intero sistema ferroviario, fu bloccato. Convinto sostenitore delle infrastrutture materiali e immateriali, Necci aveva ideato un progetto che prevedeva non solo la rete ferroviaria ad alta velocità capace di inserirsi nei grandi corridoi europei, ma anche treni dedicati ai pendolari e cargo all’interno di un sistema integrato che facilitasse la mobilità delle persone e delle merci per rilanciare la competitività del sistema-paese. Ma nonostante questi straordinari obiettivi, anzi proprio perché li aveva, nel 1996 è stato bloccato con un arresto dalle modalità spettacolari, un vergognoso abuso delle intercettazioni e accuse tanto disparate quanto fumose, fino ad essere costretto alle dimissioni in carcere, aprendo un calvario di accuse e archiviazioni (42) che si sarebbe concluso solo dopo la sua morte.
Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha ricordato pochi giorni fa quanto gli investimenti in opere pubbliche siano decisivi per la competitività del Paese e per la sopravvivenza delle imprese. L’Italia va ripensata, modernizzata, rimodulata secondo criteri di efficienza e sostenibilità, asciugando le autonomie locali e ridando credibilità allo Stato. Ma per farlo occorre “sbloccare” il paese bloccato. Occorre restituirgli la capacità di prendere decisioni – sapendo che la peggiore delle decisioni è non decidere – e possibilmente di inserirle in una visione di lungo periodo che discenda da un’idea di paese, da un progetto di respiro strategico. “Molto lontano ad est si arriva ad ovest”, amava dire il riformatore e visionario Lorenzo Necci. Ricordarne la figura e riflettere sul perché (anche a lui) gli vennero tagliate le ali, è un buon modo per provare a rimettere insieme i cocci di un paese “indeciso a tutto”.

Siamo qui a pagare un doveroso tributo alla preveggenza di Walter Veltroni, un uomo un aforisma, cui oggi dobbiamo riconoscere, con la gloria postuma che da sempre il nostro paese riserva agli eroi, una lungimiranza straordinaria, quella che esterno’ nel discorso da lui tenuto al Lingotto e che potremmo sintetizzare nella poetica del ma-anchismo. Ridemmo allora, la sottoscritta per prima, della sua aurea vaghezza che sconfinava nel piu’ sconcertante tentativo di inclusivita’ totale mai registrato dalla nostra pur immaginifica classe politica; sbeffeggiammo – noi sempre in prima fila, tanto per non smentirci – quell’affresco stupefacente nella sua intrinseca debolezza con cui disegno’ i confini di uno stato che somigliava troppo ad uno spot pubblicitario da Mulino Bianco e troppo poco alla frantumata realtà sociale di una nazione smarrita, raccogliendo tutti i pezzi sparsi della nostra identità in una sorta di Cappella Sistina della mediocrità verbosa.
“bisognerebbe sovvertire una radicata mentalità, operazione che richiederebbe uno sforzo culturale e sociale immane e certo da svolgersi in tempi lunghi, per non dire lunghissimi.” Appunto ! Ed è per questo che nessuno è in grado di portare a termine le riforme magari annunciate : non è cattiva volontà ,od interessi oscuri ,che fanno abortire tutte le buone intenzioni. E’ solo che parlare senza essere autorizzato porta …al fallimento ! Come volevasi dimostrare .