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Indecisi a tutto

di Enrico Cisnetto | 4 Giugno 2013

 Un paese bloccato

L’immobilità italiana, l’assenza di una classe dirigente che guidi il Paese e l’esempio di Necci.

mementoL’uscita del libro di Luigi Bisignani ha spinto i media a scatenarsi per l’ennesima volta sul tema dei “poteri forti” e dei “poteri occulti”. La lettura è sempre la solita: l’Italia è in crisi perché c’è chi accumulato troppo potere e lo usa per farsi i fatti suoi. Peccato che il problema italiano sia, al contrario, la debolezza, per non dire l’inesistenza, dei poteri. A cominciare da quello politico e istituzionale, marchiato a fuoco da un tasso di indecisionismo senza eguali nei paesi più avanzati. E per finire con il potere economico e finanziario, piegato da vecchie guerre intestine, dalla scomparsa dei grandi gruppi e da una crisi recessiva senza precedenti. Poteri deboli, non forti. Altro che P2 e P4, qui il problema è che non comanda più nessuno, non c’è verso di prendere una decisione che una. L’unica scelta che funziona è l’esercizio del diritto di veto.

D’altra parte, la politica è screditata, le istituzioni sono deboli e in conflitto tra loro, la burocrazia è sorda e cieca, il capitalismo è rimasto senza capitani, le parti sociali sono ferme a vecchie liturgie: se l’Italia declina è perché manca una classe dirigente autorevole, nazionale e locale, capace di esercitare il potere – democratico, s’intende – senza il quale c’è spazio solo per il populismo (che alligna a destra) e la retorica massimalista (che sta a sinistra).

Affronto questo tema indotto anche e soprattutto dalla ricorrenza della morte di Lorenzo Necci, avvenuta sette anni fa esatti. E siccome Necci era “un uomo ad alta velocità” che viveva in un paese che già allora, e da molto tempo, era “bloccato”, rievocarne la figura, come fa un bel libro (“Memento. La mia storia” edito da Magi in collaborazione con l’Agenzia Dire) e come è stato fatto in un incontro promosso dalla Fondazione Necci gestita dalla figlia Alessandra, non può che aiutarci a trovare il bandolo della crisi italiana. Perché, in effetti, la figura di Lorenzo Necci incarna alla perfezione la dicotomia tra una visione innovativa e dinamica del futuro, come era la sua e come ci vuole se s’intende uscire dall’empasse strutturale in cui siamo, e la difficoltà di realizzare qualunque progetto in un paese “indecisionista” come è l’Italia.

Non è un caso che Necci seppe conquistarsi un ruolo da prim’attore negli anni Ottanta e nella prima parte del decennio successivo, rinnovando in modo significativo settori produttivi strategici come quelli della chimica, dell’energia, dei trasporti e della logistica. Poi quando la narrazione (per dirla con Vendola) prese il posto del pragmatismo, e alla condanna della politica (Tangentopoli) si accompagnò la gogna per i manager pubblici ribattezzati “boiardi di Stato”, ecco che il “padre della Tav”, chi aveva trasformato le vecchie Fs in una moderna società per azioni e guardava a una trasformazione dell’intero sistema ferroviario, fu bloccato. Convinto sostenitore delle infrastrutture materiali e immateriali, Necci aveva ideato un progetto che prevedeva non solo la rete ferroviaria ad alta velocità capace di inserirsi nei grandi corridoi europei, ma anche treni dedicati ai pendolari e cargo all’interno di un sistema integrato che facilitasse la mobilità delle persone e delle merci per rilanciare la competitività del sistema-paese. Ma nonostante questi straordinari obiettivi, anzi proprio perché li aveva, nel 1996 è stato bloccato con un arresto dalle modalità spettacolari, un vergognoso abuso delle intercettazioni e accuse tanto disparate quanto fumose, fino ad essere costretto alle dimissioni in carcere, aprendo un calvario di accuse e archiviazioni (42) che si sarebbe concluso solo dopo la sua morte.

Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha ricordato pochi giorni fa quanto gli investimenti in opere pubbliche siano decisivi per la competitività del Paese e per la sopravvivenza delle imprese. L’Italia va ripensata, modernizzata, rimodulata secondo criteri di efficienza e sostenibilità, asciugando le autonomie locali e ridando credibilità allo Stato. Ma per farlo occorre “sbloccare” il paese bloccato. Occorre restituirgli la capacità di prendere decisioni – sapendo che la peggiore delle decisioni è non decidere – e possibilmente di inserirle in una visione di lungo periodo che discenda da un’idea di paese, da un progetto di respiro strategico. “Molto lontano ad est si arriva ad ovest”, amava dire il riformatore e visionario Lorenzo Necci. Ricordarne la figura e riflettere sul perché (anche a lui) gli vennero tagliate le ali, è un buon modo per provare a rimettere insieme i cocci di un paese “indeciso a tutto”.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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INDECISI A TUTTO

Abbiamo annunciato al mondo una Manovra finanziaria che allontanasse da noi o almeno allentasse la presa degli speculatori, ed immediatamente dopo l’abbiamo sconfessata in tutte le sue parti dando il via ad una ridda inconsulta di voci, controvoci, dichiarazioni e smentite da perderci la testa.

di Chiara Boriosi | 29 Agosto 2011

Siamo qui a pagare un doveroso tributo alla preveggenza di Walter Veltroni, un uomo un aforisma, cui oggi dobbiamo riconoscere, con la gloria postuma che da sempre il nostro paese riserva agli eroi, una lungimiranza straordinaria, quella che esterno’ nel discorso da lui tenuto al Lingotto e che potremmo sintetizzare nella poetica del ma-anchismo. Ridemmo allora, la sottoscritta per prima, della sua aurea vaghezza che sconfinava nel piu’ sconcertante tentativo di inclusivita’ totale mai registrato dalla nostra pur immaginifica classe politica; sbeffeggiammo – noi sempre in prima fila, tanto per non smentirci – quell’affresco stupefacente nella sua intrinseca debolezza con cui disegno’ i confini di uno stato che somigliava troppo ad uno spot pubblicitario da Mulino Bianco e troppo poco alla frantumata realtà sociale di una nazione smarrita, raccogliendo tutti i pezzi sparsi della nostra identità in una sorta di Cappella Sistina della mediocrità verbosa.
Invece aveva visto giusto, per puro caso, sbagliando, aveva azzeccato in pieno l’essenza più profonda ed intoccabile della nostra anima sociale. Quella che oggi vediamo tristemente riflessa nella desolante trattativa apertasi il giorno stesso in cui e’ stata annunciata la Manovra straordinaria per far fronte alla crisi e che ha immediatamente avviato una lotta senza esclusione di colpi tra caste, cricche, corporazioni, categorie, associazioni, tutte forti della loro consapevolezza di rappresentare ognuna al pari delle altre un serbatoio di voti da tutelare e garantire oltre ogni altra ragionevole, e magari persino prioritaria, considerazione. L’estenuante braccio di ferro fra segretari di partito ed elettori, fra correnti interne ai partiti stessi, fra sindacati ed iscritti, fra governo, in ordine sparso, ed opposizioni, in ordine ancora più sparso, fra sindaci e presidenti di regioni e province, fra preti e fedeli, fra calciatori e tifosi, e’ la più evidente e palese dimostrazione della legge del ‘ma anche’ elevata all’ennesima, e catastrofica, potenza. E, al tempo stesso, la fotografia impietosa di un paese diviso in caste rigidissime, ognuna impegnata a mantenere il proprio piccolo o grande privilegio ed affatto desiderosa di contribuire al miglioramento delle sorti dell’intera comunità, avvertita come un nemico da combattere piuttosto che come un intero di cui pure, indubbiamente, si e’ parte.
Ora, e’ sin troppo chiaro che parte del problema sta nella assoluta mancanza di credibilità – politica ma prima ancora personale – di coloro che, al governo come all’opposizione, ci propongono ogni giorno soluzioni più o meno sgangherate alla crisi economica che ci sta divorando, abbiamo scritto a lungo su questo tema e non ci torneremo sopra; ma e’ altrettanto vero che, al di la’ di una totale sfiducia nella classe politica che sconfina inevitabilmente nel sospetto e nella istintiva ribellione ad essa, emerge in maniera drammatica la frantumazione del tessuto sociale, diviso in categorie e per di più paralizzato da questa divisione prolungata nel tempo che ci ha reso incapaci di guardare oltre il confine del nostro piccolo ghetto individuale.
Tutti ci sentiamo egualmente minacciati dalla crisi, ma questo invece di spingerci a solidarizzare, ci rende l’un contro l’altro armati nella difesa di privilegi, diritti veri o presunti, piccole certezze e rendite di posizione, che vengono prontamente amplificati dai leaders politici di riferimento fino a determinare un gioco fatuo e pericolosissimo di veti incrociati che ci avvicina ancora di più al precipizio. Abbiamo annunciato al mondo una Manovra finanziaria che allontanasse da noi o almeno allentasse la presa degli speculatori, ed immediatamente dopo l’abbiamo sconfessata in tutte le sue parti dando il via ad una ridda inconsulta di voci, controvoci, dichiarazioni e smentite da perderci la testa nel vano tentativo di seguirle per capire, almeno, cosa alla fine dovremo aspettarci.
Una intera classe politica fallimentare e fallita mostra dunque oggi il suo volto peggiore, nella sostanziale e drammatica incapacità di imporre – giuste o sbagliate che siano – misure di rigore, contenimento e taglio della spesa pubblica, ma e’ altrettanto vero che un intero popolo, avvezzo e persino viziato dal clientelismo assistenziale, si batte non già per una giusta causa ma per la propria causa, che e’ quella del mantenimento di uno status quo che non si e’ disposti per nessun motivo a rimettere in discussione. Abbiamo costruito negli anni un cortocircuito vizioso che oggi si svela in tutta la sua devastante potenza, con la politica ostaggio dei propri serbatoi clientelari, ed i cittadini barricati sui privilegi che la propria parte politica ha garantito sin qui a ciascuno. Come se ne possa uscire, e’ domanda dalla risposta quasi impossibile, perché prima ancora che un sistema malato del rapporto politica-cittadini, bisognerebbe sovvertire una radicata mentalità, operazione che richiederebbe uno sforzo culturale e sociale immane e certo da svolgersi in tempi lunghi, per non dire lunghissimi.
Nel frattempo, stremati dall’afa agostana e privi persino del tribale sfogo calcistico, ci pare
di sentire la voce stanca del grigio Veltroni che saggiamente ci ammonisce: uniti si vince, ma anche no.

ChiBo

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

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Commenti

  1. puccio cartoni

    29 Agosto 2011 alle 17:46

    “bisognerebbe sovvertire una radicata mentalità, operazione che richiederebbe uno sforzo culturale e sociale immane e certo da svolgersi in tempi lunghi, per non dire lunghissimi.” Appunto ! Ed è per questo che nessuno è in grado di portare a termine le riforme magari annunciate : non è cattiva volontà ,od interessi oscuri ,che fanno abortire tutte le buone intenzioni. E’ solo che parlare senza essere autorizzato porta …al fallimento ! Come volevasi dimostrare .

    Rispondi

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