
Nato a Carrara nel 1972, Marco Simoni studia prima al Conservatorio di La Spezia con Antonio Di Pofi e poi al Conservatorio di Milano, con Pippo Molino e Mario Garuti, diplomandosi in composizione nel 2003.
In seguito si specializza in musica elettronica presso la Civica Scuola di Musica di Milano, con Alvise Vidolin e Michele Tadini.
Nel 1999 si laurea in Ingegneria Elettronica presso l’Università degli studi di Pisa.
Da anni collabora con numerose associazioni musicali, culturali e teatrali italiane; è socio della Società Italiana Musica Contemporanea e dell’associazione Cluster di Lucca; si classifica finalista in molti concorsi nazionali di composizione, è Direttore Artistico del Concorso Internazionale di Composizione S.Rossore di Pisa.
Collabora con la RAI per la composizione di musiche televisive. Le sue musiche sono utilizzate su Rai1, Rai2, RaiScuola, RaiEdu. Ha scritto musiche per teatro, cinema, audiolibri, teatro ragazzi; i suoi lavori sono pubblicati da Rai Trade, Sconfinarte e UtOrpheus “Melerè al Circofarfalla” è stato presentato a “UnoMattina” su Rai Uno nel 2011.

Prima di proporvi l’intervista, vorrei riportare la recensione che la rivista Lo sguardo di Arlecchino ha realizzato in occasione della prima assoluta dell’opera The Liric Puppett Show al teatro Verdi di Pisa:
THE LYRIC PUPPET SHOW: IL SOGNO DI UNA MARIONETTA
La Sala Titta Ruffo è stracolma, come spesso accade, per assistere all’ennesimo appuntamento del ciclo opere da camera: nel ridotto del Teatro Verdi di Pisa va in scena The Lyric Puppet Show, composizione in due atti dalla concezione fresca e brillante. Sembra di assistere al prodotto di uno scontro frontale tra melodramma e teatro delle marionette, con una forte impronta metateatrale: Orlando – cavaliere di legno, servo dei fili – s’innamora di una spettatrice e sogna di svincolarsi dal suo manovratore per vivere nell’altro mondo con Laura.
Con la sua regia, Stefano Mecenate gioca su un triplice piano: gli spettacoli nello spettacolo, quei segmenti marionettistici sempre simili a sé stessi, sono incorniciati in un teatrino itinerante; sulla sinistra c’è una panca su cui le marionette si riposano, commentano le performance e, nel caso più scellerato, sognano un altro mondo; infine, la platea stessa è spazio scenico dove si trova Laura e dove i due innamorati fuggiranno nel finale (perché «Il teatro tutto può»). Le videoproiezioni fanno da fondale, ma anche da commento emotivo alle scene di backstage.
Negli spettacoli di animazione – messi in scena nella cornice a destra del palco – si ripete sempre un copione consueto: l’innamorato corteggia la dama, ma il di lei fidanzato compare e uccide lo spasimante. La damigella contesa è Adelaide, il mezzosoprano Moon Jin Kim: il suo ruolo, drammaturgicamente mediano tra i due contendenti, è riflesso anche in una vocalità centrale e poco connotata. Roberto Cresca, tenore dalla voce schietta, è Astolfo, villain in abito signorile: sfodera la più riuscita mimica da marionetta all’interno del quartetto, con un movimento della mascella prettamente meccanico. Il baritono Stefano Trizzino è l’eroe: pur bravo anche nelle (non poche) sezioni recitate, spesso viene sovrastato dagli strumenti – ma l’acustica, in effetti, non aiuta. Forte nella sua corazza e fiero con il pennacchio sull’elmo, è il nostro Don Chisciotte che sogna una quête irraggiungibile. L’agognato premio è Laura, la bella spettatrice in impermeabile rosso (ci sia permesso di notare che il basco coordinato è calcato male e, soprattutto, di una tonalità diversa dal soprabito): è interpretata da Mariacarla Seraponte, soprano napoletano che esibisce la voce più sicura della compagine. È interessante che il cattivo, in questo caso, coincida con un tenore, mentre l’innamorato sempre destinato al decesso (anche quando, nel secondo atto, la scenetta è declinata in ambito western) venga interpretato da un baritono.
Marco Simoni, che con questo progetto ha vinto il Concorso Internazionale di Composizione “Gabriella Gentili Mian”, ci regala un piccolo gioiello dal sapore artigianale e non scontato. La musica è frizzante, adatta anche un pubblico giovanissimo (chi ci legge sa quanto la nostra testata stimi il cosiddetto teatro ragazzi), pur mantenendo una raffinatezza difficile da raccontare dopo un solo ascolto. Ad affiancare Riccardo Mascia (pianoforte), un solo strumento, inusuale nell’opera lirica: la fisarmonica. Imbracciata da Roberto Beneventi, conferisce un singolare effetto coloristico alla partitura, rimandando subito la mente a un teatro popolare e di strada. Rischia, a tratti, di essere presenza invadente, ma l’oculatezza nella scrittura di Simoni la contiene nei momenti e nei tempi giusti per un intervento discreto ed efficace.
Il libretto di Fabrizio Altieri cede spesso alla tentazione di volare troppo in alto, volendo affrontare esplicitamente temi profondi come la ricerca della libertà o la speranza per un amore ostacolato da forze più grandi. Quando si concede queste deviazioni, perde la brillantezza che caratterizza l’operazione nel suo complesso: in questi non rari momenti si anela il ritorno a un livello più ingenuo e fanciullesco, ma non per questo privo di possibili interpretazioni da parte di chi ascolta.
Di Andrea Balestri
Intervista a Marco Simoni
- È da poco presente su piattaforme digitali la sua opera “The Lyric puppet show” che ha presentato in prima assoluta la teatro Verdi di Pisa: di cosa si tratta?

R: E’ un’opera da camera, vincitrice della prima edizione del concorso di composizione “Gabriella Gentili Mian”, che è stata rappresentata nell’ambito della stagione lirica del Teatro Verdi di Pisa nel 2016. Sono partito da un mio vecchio desiderio, quello di realizzare un lavoro lirico che portasse in scena, in qualche modo, il mondo delle marionette. Quando si è presentata l’occasione, ho pensato che il teatro marionettistico potesse diventare il pretesto per affrontare il tema della conoscenza della realtà e della libertà umana, che si muove tra lo spazio a volte angusto delle circostanze e il desiderio,mai sazio, di esplorare e capire l’universo. Non si tratta di un tema nuovo, naturalmente, e infatti nel mio lavoro non mancano, qua e là, citazioni più o meno velate a lavori letterari, teatrali e cinematografici (da “Pinocchio” a “La rosa purpurea del Cairo”, ad esempio) ; tuttavia credo che questo modo di presentarlo sia stato davvero nuovo ed inconsueto per l’opera lirica.
- Cosa ricorda di quell’allestimento e del lavoro preparatorio fatto con i cantanti, il regista e lo scenografo?
R: E’ stato un lavoro di squadra appassionato e – devo dire – anche molto divertente. Innanzitutto ho lavorato a lungo con il librettista Fabrizio Altieri:volevamo ottenere un risultato che fosse, tra il libretto e la musica, allo stesso tempo, ironico ed equilibrato. Successivamente il regista Stefano Mecenate ha impostato la regìa in modo che venisse esaltata, da un lato, la figura delle marionette, giocando con il metateatro, e dall’altro il dramma della marionetta Orlando, che rappresenta il punto di rottura nel tessuto della trama. Ho molto apprezzato questa scelta, che ha sottolineato quello che l’opera voleva, appunto, mettere in luce.

Insieme a tutto il cast dei cantanti (Stefano Trizzino, Mariacarla Seraponte, Roberto Cresca, Moon-Jin Kim), poi, abbiamo lavorato in modo molto affiatato, grazie anche al pianista Riccardo Mascia e al fisarmonicista Roberto Beneventi. Infine vanno ricordati i bellissimi costumi messi a disposizione della Fondazione Cerratelli.
Insomma, è stato un lavoro intenso ma molto armonico, e considerato il riscontro del pubblico, ritengo che abbiamo fatto centro.
- Al “tutto esaurito” della prima non ha fatto seguito nessuna replica: quindi, oggi, il destino di un’opera prima è quello di una sola produzione?
R: Questo è, purtroppo,un tasto dolente, che coinvolge molte opere di nuova produzione: da una parte esiste un’operazione culturale, seppur di proporzioni modeste, che chiede ai compositori di scrivere nuovi lavori, dall’altra è come se non si volesse dar corso e continuità a questa stessa operazione. Così, indipendentemente dal riscontro del pubblico e della critica, spesso la prima rappresentazione diventa, ahimè, anche l’ultima.
- Erroneamente si pensa che la lirica sia “morta” con gli ultimi compositori della prima metà del XX secolo; cosa significa per un compositore del XXI secolo scrivere e musicare un’opera lirica? Ha ancora un significato questo linguaggio musicale?
R: Sono convinto di sì, tanto più per noi italiani, che storicamente abbiamo inventato edesportato in tutto il mondo il canto lirico. La lirica ha a che fare con il rapporto tra la musica, la parola, la scena, l’azione, magari il balletto e il coro: è un insieme pulsante di arti vive, e non sarà mai abbastanza conosciuta e riscoperta nelle sue grandissime potenzialità. Tuttavia, perché resti una realtà viva, il teatro lirico va reinventato, declinato con un linguaggio e un’azione scenica rinnovata. In questo senso credo che l’introduzione di novità anche ardite, sia sul piano compositivo, sia sul piano registico, vadano accolte con molta apertura. Purché, ovviamente, dietro a questa inventiva ci sia un pensiero forte e un’estetica altrettanto forte.
- Per lei The lyric puppet show non è la prima opera realizzata: dove cerca, e trova, l’ispirazione per le sue opere? Cosa le piace raccontare?
R: Le idee mi vengono in modo più o meno casuale, dai semplici riscontri della vita. Si tratta poi di lavorare per trasformare questi temi in una situazione musicale e teatrale che stia in piedi e possa destare interesse. Non credo siano necessarie esperienze o mezzi eccezionali: basta tenere gli occhi aperti su quello che accade attorno a noi. Soprattutto nei lavori lirici ho sempre cercato di affrontare argomenti seri, senza tuttavia cedere mai alla seriosità, ma cercando piuttosto la leggerezza e l’ironia. Ad esempio nel “Lyric Puppet show” il tema centrale è quello della libertà umana e delle conseguenze delle nostre scelte, in altri lavori ho cercato di affrontare il tema della speranza, o della ricerca del padre, o della vita nascente nel grembo di una donna. Si tratta, per così dire, dell’epica della vita di ciascuno di noi.
- Pochissimi teatri in Italia aprono le porte alle nuove opere liriche preferendo di gran lunga riproporre “classici” del melodramma. Quali “strumenti” dispone un compositore contemporaneo per far conoscere le proprie opere al pubblico?
R: Riproporre i classici del passato è certamente più rassicurante, ma per tenere viva una tradizione bisogna anche avere il coraggio di rischiare idee nuove. Direi che gli strumenti di cui un compositore dispone sono essenzialmente le idee, appunto, e poi la pazienza e la costanza. Ovviamente le idee convincenti sono necessarie, se si vuole proporre qualcosa di nuovo e di interessante. Tuttavia, se si crede in un progetto, occorre anche la pazienza e la perseveranza nel proporre;bisogna capire le situazioni che cambiano e che richiedono passi diversi senza, per questo, accettare stravolgimenti; sono fondamentali, infine, la costanza e la capacità di non scoraggiarsi mai di fronte ai continui ostacoli che vengono a presentarsi.
- Quali riscontri dalla piattaforme dove la sua opera è visibile? È possibile pensare che qualche teatro possa riprenderla in considerazione per un nuovo allestimento?
R: L’opera è ascoltabile solo da pochi giorni, per cui è troppo presto per fare bilanci. Credo anche che, comunque, questo genere possa interessare un pubblico di nicchia e non il grande pubblico. D’altra parte, però, Sono ottimista sul fatto che possa riscuotere interesse, considerato il caloroso interesse con cui il pubblico e la critica l’hanno accolta quando è stata presentata. Mi auguro davvero che a qualche teatro possa interessare replicarla: sono ancora abbastanza ingenuo da sperarlo.
- Cos’ha in cantiere e cosa di già pronto? Come pensa di utilizzarlo alla luce dell’esperienza di The lyric puppet show? Si potrebbe ipotizzare una produzione da destinare unicamente al web? E nel caso, dove reperire i fondi per realizzarla?
R: In questo momento, sul lato della lirica, sto lavorando ad un’opera sacra da camera, un terreno su cui, finora, non mi ero mai avventurato. In questo periodo di pandemia ho realizzato alcuni lavori unicamente su piattaforma digitale (due audiolibri, un docufilm, ecc) ma non si tratta di lirica. Insieme ad alcuni amici ho anche pubblicato un paio di brevi episodi di fumetto lirico, li ho chiamati “Lyricomics”, ma si tratta poco più che di una provocazione. Sono convinto che per il teatro lirico lo spettacolo dal vivo sia insostituibile.









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