Incontro due donne in una riunione di donne all’Inner Wheel di Valsamoggia, che sono donne normali e speciali. Una signora russa, una signora ucraina che parlano del ruolo delle donne in queste ore di guerra, in questi giorni di bombardamenti e lutti. Sono Svetlana Tsaiguer, russa, operatrice di commercio internazionale, che nei minuti del primo attacco era proprio a Mosca alla fiera dell’abbigliamento e delle scarpe e racconta “non vedevamo nessuno, abbiamo aperto un televisore e abbiamo scoperto che c’era la guerra”, e Ivanka Kovalenko, ricercatrice, che rammenta qui dalla terra italiana quando nei primi minuti ha saputo che piovevano bombe e la sua famiglia era a Kiev. Si tengono per mano e dicono “non è la guerra delle nostre genti, è una guerra imposta”. Donne di speranza, parole di speranza che si associano alle terribili parole di guerra sullo sfondo delle immagini del terrore. E parlano del ruolo delle madri, delle mogli, delle fidanzate, delle figlie delle nonne e delle sorelle in tempo di guerra. In prima linea, in diversa linea. Sullo sfondo le immagini della paura da guerra. Arrivano da ogni angolo dell’Ucraina e dai suoi confini. Fazzoletti delle nonne sconquassati dalle bombe, manine delle bambine congelate dalle fughe nel fango e dall’inverno del clima e del cuore. Le immagini del terrore e della paura si vedono anche nei suoni, nelle voci, nelle singole parole della guerra.
E ci viene naturale, drammaticamente automatico, confrontare le parole belliche in tempo di pace, che usiamo magari in campo sportivo e politico, in ambito economico, sanitario o sociale, e le parole belliche in tempo di guerra. Parole di guerra pesanti come missili, vocaboli esplosivi e lancinanti. Mine ad ogni riga
Da un’ora all’altra il cielo è cambiato, da un giorno all’altro le case sono diventate ruderi, i ponti sono crollati, le fosse diventano cimiteri, i bambini passano dalle braccia dei padri alle mani delle guardie di frontiera per cercare una salvezza possibile. Da un incontro per ragionare ai messaggi per minacciare, da un vertice per mediare alle telefonate per scongiurare. Le parole che invece di portare alla comprensione portano alla divisione. Allo scontro, al terrore, alla devastazione delle menti e dei cuori, alle lacrime infinite, agli occhi spenti, alle bocche tremanti, alle mani insanguinate.
A proposito di parole devastanti: pensate alla parola “devastante”.
Si fa presto a dire “devastare”: un ciclone devasta, un incendio devasta, un’alluvione devasta, ma pensate a quale livello di devastazione può arrivare una guerra. La devastazione dei luoghi, la devastazione del territorio, la devastazione dei legami e la devastazione dei cervelli. L’altro giorno una professoressa del San Raffaele di Roma ci ha detto che una bambina ucraina, in cura da loro, è risultata “psicologicamente e neurologicamente compromessa”. Ora, “compromessa” è una parola che -di suo- va ben contestualizzata, ma se la associamo all’area psicologica e neurologica non ci sono grandi margini di interpretazione.
Poi c’è il compromesso per arrivare a una tregua, ad un armistizio, ad una pausa del fuoco, perché quello è il vero problema: fermare l’aggressione, fermare il terrore, fermare la paura, fermare il fuoco e creare un’oasi di speranza e di trattativa per arrivare all’oasi più grande della pace, della libertà e della democrazia.
Non dobbiamo abituarci alle parole ambigue ma non dobbiamo nemmeno fare la scorza dura delle parole forti, alle parole bomba, alle parole disperate. Allarme nucleare è una frase da brividi, così come la parola “brividi” è bifronte. Il brivido di una sirena per correre nei rifugi e il brivido atroce di una fotografia, che ritrae corpi morti sotto una coperta e il trolley piccolo grande monumento al sacrificio. E c’è una espressione che, più di tante altre, fotografa la tragedia nella sua immensità: disastro umanitario. Cosa c’è di più disorientante e di più spaesante del disastro umanitario? Un’immagine da Picasso all’ennesima potenza, una rotazione tra Guernica e un tassello della cacciata dei Bonacolsi.
La bomba del vaccino e un vaccino per le bombe. Sono parole esteticamente uguali ma segnano significanti ed eventi indelebilmente diversi.
Pensate quanto respiro può darci psicologicamente e anche fisicamente la parola minima della trattativa e cioè “colloquio”. Colloquio, e respiriamo un po’. Fallimento dei colloqui e torniamo nella paura. Speriamo nei colloqui, speriamo nel dialogo, speriamo nello sguardo che dovrebbe passare dalla diffidenza e dalla lite allo sguardo del buon senso. Ecco, basterebbe un minimo di buon senso. Il problema è trovare il senso. E poi farlo buono.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento