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La libertà vera nemica di Putin

L’aggressione armata è conseguente ad un giudizio sulla democrazia, un sistema complicato, lento, infiacchito dal relativismo. Un’Europa di 27 Paesi, una Nato di 30, con altrettanti parlamenti, centinaia di partiti, come avrebbe mai potuto reagire prontamente ad un blitz militare? Di Beppe Facchetti

di Beppe Facchetti | 13 Marzo 2022

Dietro la spallata non solo all’Ucraina ma all’intero Occidente, c’è in Vladimir Putin – due facce di una stessa moneta – una sbrigativa analisi politica e culturale.

Ne troviamo le tracce già in una intervista al “Financial Times” del 2019, nel quale definiva “obsolete” le istituzioni della democrazia liberale. Superate, diceva, perché sconfitte dai successi sovranisti e populisti di quegli anni, quelli della Brexit e di Trump, per noi della decrescita felice grillina. I popoli si dimostravano secondo Putin insofferenti verso una democrazia debole, perché troppo tollerante, ormai sopraffatta dalla confusione del multiculturalismo, dalla decadenza morale indotta dal benessere e soprattutto da una immigrazione incontrollata: “gli immigrati possono uccidere, saccheggiare e violentare, restando impuniti”, diceva, e molti lo ripetevano. 

Prima che la Russia stessa diventasse Occidente era necessario recuperare un anacronismo, il ruolo imperiale della Russia, mortificata dalla caduta del comunismo e quindi dell’Urss, che aveva avuto il torto, con Lenin, di costruire un sistema di convivenza di nazionalità in realtà fasulle, come quella ucraina, mentre l’anima unificante doveva essere solo quella russa.

Putin giudicava che l’Occidente molliccio non avrebbe reagito, troppo preso a godersi i propri vizi, di cui – come pensa anche il patriarca ortodosso Kirill – è emblematica la celebrazione dell’orgoglio gay.

Quindi, guerra lampo nel ventre molle dell’Ucraina che nessuno, tanto meno all’interno, avrebbe difeso, non avendo identità nazionale e dunque il diritto di esistere, se non sotto un proconsole.

L’aggressione armata è conseguente ad un giudizio sulla democrazia, un sistema complicato, lento, infiacchito dal relativismo. Un’Europa di 27 Paesi, una Nato di 30, con altrettanti parlamenti, centinaia di partiti, come avrebbe mai potuto reagire prontamente ad un blitz militare? Per Putin l’unico modo di guidare uno Stato è quello dell’accentramento delle decisioni, della rapidità esecutiva, dell’autorità. 

Significativo il modo in cui gli intellettuali reagirono allora all’intervista. Si aprì un rispettoso dibattito, come se Putin fosse un pensatore di Harward, e molti si sforzarono di capire le ragioni del presidente russo. E’ il limite ma anche la forza del mondo libero, che usa il dubbio come strumento di crescita, la libertà di pensiero e di stampa per denunciare ma anche per riflettere. Del resto, non è forse vero che il benessere rende egoisti e materialisti? Da qui, non solo l’ammirazione di molti per un leader così efficiente e gagliardo, metà del quale vale più di due Mattarella, ma anche da parte di una politologia indulgente. Quella che con il liberale Fukuyama decretava la ”fine della storia”, dopo la sconfitta delle tragedie comunista e nazista. Putin non era dunque un dittatore, come pensavano gli oppositori mandati in Siberia, ma, più gentilmente, un “autocrate”. La sua, e quella di altri come lui, era una “democratura”, che dava stabilità, affidabilità e serena dipendenza energetica (blocchiamo la Tap e le trivelle, aborriamo i termovalorizzatori, tanto ci pensa zio Vladimir a tenderci al caldo). Miopie tipiche dei periodi in cui tutto sembra andar bene e si possono lasciar perdere, che noia che barba, i principi essenziali, quelli che poi si perdono in un attimo. Più di 70 anni di pace dopo millenni di guerre anestetizzano la vigilanza, anzi lo sforzo unitario europeo è anch’esso da giudicare ”obsoleto”, l’euro una iattura. Mentre dunque noi ci trastullavamo con la “dittatura sanitaria” dei vaccini, un dittatore vero organizzava le truppe. La logica di potenza non era morta. A star poco bene erano i capisaldi della modernità da regolare ma non soffocare, come la libertà di internet, la globalizzazione, gli scambi, la crescita.

Tutti fenomeni arcignamente combattuti in Occidente da conservatori che credono di essere progressisti. Senza alcuni pilastri della libertà, che si riassumono nello stato di diritto, la cooperazione internazionale, il mercato, il multilateralismo, tutto è a rischio, persino la vita dei bambini. 

Possibile che siano solo i dittatori a capire chi sono i loro veri nemici? 

Beppe Facchetti

Pubblicato in : Editoriale, SituazioneTag: anni, comunismo, convivenza, democrazia, democrazia liberale, dittatore, globalizzazione, immigrazione, intervista, mercato, mondo, nato, putin, usa

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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