
Ridurre tutto alla formula “aveva problemi psichiatrici”, “era islamico”, “era italiano di seconda generazione” significa fermarsi alla superficie di una questione molto più profonda e molto più scomoda.
Il problema vero è che da anni questo Paese ha smesso di avere il coraggio di difendere il concetto stesso di comunità. L’Italia è una nazione vecchia demograficamente, fragile culturalmente e sempre più incapace di imporre regole chiare, limiti e responsabilità. Una società che invecchia rapidamente avrebbe bisogno di integrazione seria, controllata, costruita attorno a doveri, valori condivisi e rispetto delle regole. Invece abbiamo scelto la strada opposta: relativismo, delegittimazione dell’autorità, paura di esercitare controllo e un’idea distorta di inclusione dove pretendere disciplina viene ormai percepito quasi come un atto ostile.
E allora succede che soggetti già noti ai servizi psichiatrici, persone evidentemente instabili o incompatibili con una normale convivenza sociale, restino troppo spesso liberi di muoversi dentro un sistema che interviene quasi sempre dopo la tragedia e raramente prima.
Attenzione però: questo non significa criminalizzare intere comunità o trasformare ogni episodio in propaganda etnica o religiosa. Sarebbe troppo semplice e soprattutto inutile. Il nodo è un altro. Uno Stato serio deve essere in grado di proteggere i cittadini indipendentemente dall’origine di chi rappresenta il pericolo. Se una persona è socialmente pericolosa, lo è a prescindere dal passaporto, dalla religione o dal colore della pelle. Ma per fare questo servono leggi, strutture, controlli, prevenzione e soprattutto la volontà politica di applicarli davvero.
Negli ultimi vent’anni, invece, in molte città amministrate storicamente dalla sinistra, tra cui la stessa Modena, si è consolidata una visione ideologica dell’accoglienza quasi “all inclusive”, dove ogni richiesta di controllo viene automaticamente dipinta come discriminazione o intolleranza. Così il dibattito pubblico è diventato schizofrenico: si pretende apertura totale, ma poi ci si scandalizza quando emergono tensioni sociali, degrado urbano, marginalizzazione o episodi estremi come questo.
Una società aperta non può sopravvivere senza anticorpi. E gli anticorpi di una democrazia sono le regole, il controllo del territorio, la certezza della pena, la prevenzione sanitaria seria, il monitoraggio dei soggetti pericolosi e soprattutto una cultura civica che imponga doveri prima ancora che diritti.
Per anni si è raccontato che qualunque forma di fermezza fosse automaticamente autoritarismo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: città sempre più nervose, cittadini che percepiscono insicurezza crescente e istituzioni che spesso sembrano rincorrere gli eventi invece di governarli.
Poi naturalmente, dopo tragedie simili, arriva il rituale perfetto della politica italiana: dichiarazioni indignate, passerelle istituzionali, minuti di solidarietà, promesse di verifiche. Ma il problema non nasce il giorno dell’attacco. Nasce molto prima. Nasce quando uno Stato smette gradualmente di far capire che esistono limiti invalicabili e che vivere dentro una comunità significa anche accettarne regole, responsabilità e conseguenze.
Perché una società che non riesce più a distinguere tra integrazione e assenza di controllo finisce inevitabilmente per trasformare la tolleranza in debolezza strutturale. E quando lo Stato appare debole, chi non riconosce limiti semplicemente se ne approfitta.
1 + 1 = 2… Non 3
Piero Terracina

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