
Al teatro Niccolini di Firenze si sono adunati per parlare di cultura i fratelli d’Italia.
È già questa affermazione ha un vago sapore di ossimoro, cioè di un accostamento incongruente.
A due passi dal duomo di Firenze, nelle strade dove i partigiani combatterono contro i nazifascisti per liberare la città, sui marciapiedi dove sono incastonate le pietre di inciampo per ricordare le vittime della deportazione nei campi di sterminio, gli eredi di Mussolini e di Almirante hanno messo in mostra il loro revanscismo, il loro desiderio di rivincita sulla cultura democratica e antifascista.
Hanno iniziato, per preparare l’evento, qualche settimana fa, chiedendo di intitolare una strada al filosofo Giovanni Gentile: un intellettuale di primo piano del Novecento ma anche “filosofo del fascismo”, aderente alla Repubblica Sociale, che non si dissociò mai dalle leggi razziali e dai crimini del regime.
L’operazione non è riuscita per la giusta e ferma opposizione della sindaca, Sara Funaro, e del centro sinistra che governa la città.
Ma i fratelli d’Italia sono andati avanti ugualmente, affidandosi, con grande sprezzo del pericolo, all’intervento del ministro della cultura Alessandro Giuli.
Egli, in nome della “pacificazione” e della rivalutazione della identità culturale nazionale ha prima criticato la scelta del Comune e poi si è scatenato in una serie di attacchi funamboleschi e sguaiati ad esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo.
Nel mirino sono finiti, con nome e cognome: l’ intellettuale Tommaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena -rimosso dall’incarico di presidente della Fondazione Ginori per essere un avversario di questo governo-; l’attore Elio Germano, per avere interpretato magistralmente Enrico Berlinguer e averne rilanciato la figura col film “La grande ambizione”; e la comica Geppi Cucciari per avere ironizzato sull’oratoria prolissa e arzigogolata del ministro.
Alessandro Giuli è un intellettuale della nuova destra, conservatore, revisionista e post fascista che propone una lettura della storia d’Italia intenzionata a ridurre le differenze tra fascismo e antifascismo nel nome di una cultura nazional-identitaria, egemone e alternativa a quella antifascista e democratica che ha caratterizzato dal dopoguerra gran parte della cultura italiana.
In realtà si può stare tranquilli.
I discorsi acrobatici ed esibizionistici del ministro Giuli e i suoi viaggi al Vittoriale per rendere omaggio a D’Annunzio, vate nazionale e precursore del fascismo, non otterranno grandi effetti sulla cultura italiana e sull’opinione pubblica.
Purtroppo, molto più danno ha fatto invece la separazione, per responsabilità della sinistra, tra la politica e gli intellettuali e la cultura in generale. Ed è su questo che bisognerebbe lavorare, con pazienza e tempi lunghi, per costruire il rinnovamento reale del Paese.
Dell’evento fiorentino, è degno di nota soprattutto l’intervento di Ignazio Benito La Russa, Presidente del Senato e seconda carica dello Stato, il quale ha invitato a disertare il voto per i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza.
Anzi, in posa da eroe, ha proprio detto che lui farà propaganda per l’astensionismo.
Verrebbe quasi da ringraziarlo e da sperare che sia coerente con i suoi annunci e non perda giorno per invitare gli italiani a restare a casa.
Sono sicuro che ne trarrà vantaggio la nostra campagna referendaria e che, anche grazie a La Russa, una valanga di italiani si convincerà della necessità di votare.
Enrico Rossi

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