Abbiamo volutamente lasciato passare qualche giorno prima di commentare la tragica vicenda del suicidio di Matteo, sedici anni di speranze e di sogni stroncati da una brutale etichetta: diverso. Della diversità oggi più invisa in Italia. Gay.
Abbiamo aspettato non per superficialità, o perché ritenessimo di avere argomenti più interessanti di cui parlare, ma perché la prima reazione alla notizia è stata quella di gridare all’assassinio, e dunque volevamo vedere la sfilata dei colpevoli pronti a stracciarsi le vesti ed a proclamare la loro innocenza di fronte alla morte di Matteo. L’abbiamo vista, ed è stata la peggiore e più impietosa fotografia della realtà del nostro paese, oggi, nell’anno 2007, dove gay è ritenuto un insulto, la diversità è un’infamia, e la coscienza una bandiera da piantare sull’ignoranza altrui, quando è interesse di lobby esercitare pressioni volte solo a mantenere una forma indebita di potere e di prevaricazione.
Matteo è morto, e questa è una sconfitta per tutti noi, ma non basta – è una colpa, gravissima, indelebile, inemendabile, a carico di un intero sistema sociale incapace di coltivare una autentica cultura del diritto, pronto solo ad alzare barricate ideologiche e confessionali sulle quali far schiantare le vite di chi è più fragile e senza tutele. Perché la morte di Matteo NON è in alcun modo ascrivibile ad un fenomeno di bullismo, “ragazzate” che esistono nella scuola da che mondo è mondo – come fini intellettuali del pensiero condizionato hanno avuto il coraggio di scrivere (un nome per tutti: Marcello Veneziani) – ma è invece la logica e più tragica conseguenza di ciò che da tempo denunciamo, senza purtroppo ottenere ascolto: la dinamica della contrapposizione, dell’essere “contro” e non “per”, l’incapacità e, peggio ancora, il rifiuto caparbio di una autentica dialettica fra le parti, la logica dell’insulto elevata a regola politica. Questo ha ucciso Matteo. Il fatto che quelli che gli stavano intorno hanno visto una senatrice dichiarare impunemente in televisione che i gay sono anormali e deviati, hanno sentito Bagnasco invitare al rifiuto dell’omosessualità come elemento socialmente pericoloso, sono stati rintronati di pubblicità dove cinque “veri” uomini violentano una donna, hanno sentito ministri di vari governi parlare disinvoltamente di “culattoni” e “froci”. Questo ha ucciso Matteo, che in realtà non aveva scampo. Dove doveva trovare rifugio alle sue sofferenze? In famiglia, certo, e lo ha fatto – e sua madre è subito intervenuta, convinta di aver protetto suo figlio. Ma non è bastato, e allora, dove doveva andare Matteo?! In parrocchia, a sentirsi dire: sei malato, sei contro natura, rinuncia a te stesso e pentiti. O a scuola, nella surreale scuola italiana del terzo millennio, dove si rilasciano patentini europei di ogni genere, ma dove è ancora proibito parlare di sesso, ed a chi si azzarda a pronunciare la parola preservativo tocca come minimo la scomunica. Figuriamoci gay.
Abbiamo perso una giovane vita per colpa nostra, della nostra ignoranza, della nostra ignavia, della nostra incultura, della nostra atavica paura, della nostra colpevole incapacità di elaborare un modello culturale liberale in grado di penetrare in ogni strato sociale con l’unica forza consentita in un paese civile: la forza delle idee. L’unica in grado di salvare vite e coscienze. Invece, siamo stati solo buoni ad assistere imbelli allo schieramento delle truppe in campo, allo scontro violento senza alcun risparmio di colpi, a parole sparate come proiettili ad alzo zero contro chi non può difendersi.
L’illustre senatore Pera ancora in questi giorni ha sostenuto la necessità di elevare le radici cristiane a dettato costituzionale come unico baluardo contro l’Islam, come se i fanatici di uno stato confessionale fossero sconfiggibili solo da altri fanatici di un altro stato confessionale, come se le idee non valessero più nulla e si potesse ormai procedere solo a colpi di dogmi – il mio è più bello del tuo, naturalmente.
La Crociata più antistorica e crudele dei nostri tempi ha ucciso Matteo. La forza delle idee tace per la nostra mancanza di coraggio. Siamo tutti colpevoli di questa morte, nessuno può chiamarsene fuori – ma la tragedia nella tragedia, è che quella di Matteo non sarà l’ultima vita che perderemo. Siamo veramente disposti a voler pagare questo tributo di sangue?!
Chiara Boriosi.

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