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In Libia, invertire le priorità

Primo, debellare l’autoproclamatosi “stato islamico”. Secondo, pensare a un nuovo governo.

di Mario Arpino | 14 Febbraio 2016

Considerato il pratico fallimento, o, al meglio, la dubbia efficacia del nobile tentativo dell’Onu per la costituzione di un improbabile governo unitario, sono in molti coloro che cominciano a pensare che in Libia sia tempo di invertire le priorità.

In altre parole: primo, debellare l’autoproclamatosi “stato islamico”. Secondo, pensare a un nuovo governo. Il generale Khalifa Belqasim Haftar, l’uomo più forte, ma anche il più discusso del governo di Tobruk, pur sbagliando nei modi ha dimostrato di pensarla così sin dall’inizio della vicenda.

Alla ricerca del tempo perduto
Si dirà che il tentativo dell’Onu era doveroso, ed è vero. Ma, intanto, il tempo passa e in Libia lo “stato islamico” cresce e si ramifica. Noi, forti del riconoscimento internazionale del governo di Tobruk, abbiamo puntato molto su Haftar, che già si autodefinisce l’Al-Sisi libico e si immagina in doppiopetto grigio.

Ma non c’erano alternative: abbiamo cercato, in prima istanza, di tutelare i nostri interessi. Brutta parola, quest’ultima, ma non è un peccato e purtroppo non ha sinonimi. È vero, forse i due citati personaggi non sono la quintessenza della democrazia, ma, nell’attuale situazione, è evidente che sarebbe inutile e ridicolo fare gli schizzinosi.

Il premier Renzi, infatti, non lo fa. È un pragmatico, e sembra aver già fatto la sua scelta nel 2014. Per il contrasto dell’Isis, confida soprattutto sulla capacità di leadership del generale Haftar, e del suo mentore egiziano.

Sa che dobbiamo crescere, creare lavoro, e che per questo in Libia dobbiamo indurre un minimo di sicurezza e stabilità. Il premier sa anche bene che stabilità e democrazia in certe parti del mondo possono essere conflittuali, e ciò che ne consegue a volte può non essere del tutto appetibile ai nostri delicati palati. E ancora meno a quelli della Ue, che quando manca l’acquis ripudia tutto e tutti. Tranne, ovviamente, gli affari. Al momento, in Nord Africa l’Egitto e l’Algeria sono i più importanti mercati italiani, e una Libia stabilizzata potrebbe seguire a ruota.

Un investimento a rischio, ma necessario
Prendere o lasciare. E, soprattutto, evitare di inseguire utopie. Alcuni nostri alleati europei le predicano, ma non le inseguono. Al momento, quindi, questo nostro investimento in fiducia è doveroso, sebbene l’autoreferenziale Haftar, ma anche Al-Sisi, a casa loro appaiano indigesti a molti.

Quindi, come si fa per ogni investimento ad alto rischio, sarà bene rimanere sul chi vive, perché un domani gli interessi potrebbero anche divergere. Ad esempio, sulle autonomie in Cirenaica e, forse, anche sulla forma del futuro stato libico. Ma è un rischio che, qualora il risultato del volonteroso tentativo dell’Onu dovesse dimostrarsi inefficace, non presenta alternative.

In più, è noto che nel confinante Paese dei Faraoni la caccia senza quartiere ai Fratelli Musulmani sta facendo regredire i più giovani verso una sorta di clandestinità jihadista che potrebbe rendere loro molto appetibile l’abbraccio con l’Isis libico, e viceversa. È chiaro che ciò renderebbe ingestibile la situazione in Libia, trascinando nella destabilizzazione anche i confinanti Egitto, Tunisia e, forse, Algeria.

È indispensabile un deciso cambio di priorità
Ciò significa che è tempo di riflettere se si stia sbagliando qualcosa, e sull’evenienza che alcune priorità vadano decisamente riviste. Questo, il generale Haftar e il suo mentore egiziano lo hanno intuito da tempo.

Invece l’Occidente, nel suo insieme, continua a trastullarsi con il tentativo dell’Onu di stabilire in Libia un improbabile governo unitario, o a proporsi per unilaterali, quanto pericolose, fughe in avanti.

Se poi questo asfittico governo dovesse davvero richiedere – come improvvidamente ci si attende – un intervento occidentale sul terreno, allora finirebbe con il delegittimarsi del tutto e per sempre in casa propria.

Definita come prima priorità la lotta all’Isis, dobbiamo anche noi cercare di favorire – magari con una raffinata diplomazia porta a porta – la creazione di una forza di terra che comprenda, con il sostegno egiziano anche in termini di uomini sul terreno, una saldatura tra le forze fedeli a Tobruk, quelle di Misurata e tutte quelle tribali non disponibili a sottomettersi all’Isis. Come le milizie di Zliten e, a Ovest e Sud-Ovest, le forze tunisine ed algerine. Forse, questa tela si sta già tessendo.

Ma bisogna fare presto, perché mentre l’Occidente discute patrocinando soluzioni al momento impraticabili, l’Isis in Libia cresce, rischiando di portare il contagio sia a Est che a Ovest. Il suo isolamento e distruzione è la priorità che può salvare il Nord Africa, ed è in questo che i nostri alleati africani devono dimostrarsi credibili e trovare un ruolo trainante. Ciò servirebbe anche a catalizzare una sorta di sinergia delle milizie tribali.

Solo dopo si potrà ripensare ad una forma di governo accettabile per tutti. Cercare di farlo oggi, appare una dannosa perdita di tempo. Come la Libia, anche noi non ce lo possiamo permettere.

Pubblicato in : Primo pianoTag: costituzione, democrazia, fallimento, futuro, giovani, governo, lavoro, leadership, libia, mercati, mondo, nuovo governo, personaggi, renzi, sostegno, stia

Info Mario Arpino

Ufficiale pilota in congedo dell’Aeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.

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